La farmacia del diavolo.

di Sergio Bartolommei

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La farmacia del diavolo.
Considerazioni bioetiche sul “doping” nel ciclismo.

I resoconti degli inviati al Tour de France del luglio scorso somigliavano più a cronache giudiziarie e a bollettini medici che a servizi sportivi. Le espressioni più utilizzate erano “corsa dei farmaci”, “Tour dopato”, “doping ematico”. A dire il vero non era la prima volta che i cronisti della Grand Boucle le utilizzavano. Nel 1998 una intera formazione ciclistica, la svizzera Festina, la cui “ammiraglia” era stata fermata alla frontiera carica di prodotti dopanti, si vede esclusa dal Tour sotto l’accusa di “doping di squadra” e diversi suoi rappresentanti vengono arrestati. Nel 2006 l’italiano Ivan Basso e il tedesco Jan Ullrich sono espulsi dalla competizione per essere stati coinvolti nella ”Operaciòn Puerto” (dal nome dato a una indagine spagnola dei primi mesi dello stesso anno sul doping nel ciclismo), mentre l’americano Floyd Landis, vincitore di fatto di quella stessa edizione, non si vede assegnare il titolo per essere risultato positivo al testosterone.
Nell’edizione appena conclusa, d’altra parte, i titoli a sensazione sul doping hanno accompagnato la manifestazione quasi dal primo all’ultimo giorno. Alcuni campioni del ciclismo internazionale, tra i quali il kazako Vinokourov e il danese Rasmussen,  sono costretti (il danese a tre giorni dalla conclusione del Tour e con la “maglia gialla” saldamente sulle sue spalle) al ritiro dalla “corsa più grande del mondo” con l’accusa di aver anch’essi assunto sostanze dopanti. Il primo atleta era stato sottoposto a una analisi che aveva rivelato la presenza di due ‘popolazioni’ di globuli rossi nel sangue, segnale di una trasfusione omologa con cui il corridore, si presume, doveva aver effettuato un astuto ‘rabbocco’ ematico. Il secondo era accusato di essersi reso irreperibile nei 45 giorni precedenti le grandi corse a tappe per non venire sottoposto ai controlli e ai prelievi ‘a sorpresa’ previsti dai regolamenti. Anche se dunque nel suo caso la ‘positività’ al doping non era comprovata, il clima di sospetto che ormai travolge il mondo del ciclismo aveva spinto l’opinione pubblica prima e gli organizzatori poi a ritenere che ogni corridore doveva considerarsi colpevole fino a quando non si fosse dimostrato innocente.
Il mese precedente all’avvio del Tour, d’altra parte, altre due notizie avevano tenuto banco in Francia nelle cronache (sempre più) nere di questo sport. La prima riguardava Franck Vandenbroucke – conosciuto come “il nuovo Merckx”. La stampa riferiva che oltre a ricorrere spesso alla “farmacia proibita” del ciclismo (dalla sua abitazione privata erano stati prelevati tra il 1999 e il 2002 sostanze dopanti di ogni tipo), l’atleta belga assumeva quotidianamente cocaina; caduto poi (come anni prima era successo al campione italiano Marco Pantani) in una  grave depressione, aveva tentato (senza riuscirci) il suicidio. La seconda notizia riguardava la storica decisione presa nel frattempo dagli organizzatori del Tour di lasciare vuota la casella  dell’albo d’oro dei vincitori della “Grande Boucle” relativa all’edizione 1996 dopo che l’ex-corridore danese Biarne Riis, “maglia gialla” alla conclusione della corsa a tappe di quell’anno, aveva confessato di avere ottenuto il successo grazie all’uso di eritropoietina e di altre sostanze dopanti.
“Storicamente, innegabilmente, lo sport che ha più flirtato e trincato col doping è il ciclismo” - ha osservato un noto giornalista sportivo italiano. “Dai bottiglioni di vino rosso dei pionieri alla stricnina, dalla coca all’eroina, dalle amfetamine al cortisone, dagli antiallergici all’epo, dall’autoemotrasfusione alla trasfusione omologa. La differenza è che una volta il dopatore era un praticone, un massaggiatore con un minimo di nozioni chimiche. Adesso è un medico, magari con più lauree, cui viene chiesto di migliorare la prestazione di un uomo, o di un cavallo, o di un cane da corsa, fa poca differenza. La farmacia del diavolo…è sempre in  movimento, sempre aperta” (1).
La “farmacia del diavolo”, oltre che aperta, è fornita e variegata. Dai suoi scaffali si possono estrarre – per citare solo i principali prodotti - le efedrine, le amfetamine, gli anabolizzanti, l’insulina, il testosterone, l’ormone della crescita, i beta-bloccanti, gli anti-asmatici, i corticosteroidi, l’eritropoietina, i narcotici, le emoglobine sintetiche, i perfluorocarburi, i diuretici e – da ultimo – il Thg, la molecola appositamente studiata per ingannare le analisi. Utilizzate oggi perlopiù in ambito terapeutico per alleviare certe patologie e curare disfunzioni, oppure in ambito non terapeutico per procurarsi piacere ed evasione  (è il caso dei narcotici, come morfina e codeina), queste sostanze possono anche essere impiegate come strumenti per potenziare e migliorare certe abilità e prestazioni fino a raggiungere nuovi standard di “eccellenza”.
In premessa occorre ricordare che la ricerca della “prestazione superiore” o “eccellenza” contrassegna tutta la storia dello sport agonistico nella forma del culto del “record” e dell’ingiunzione a “battere i record” (2). “Più in alto, più veloce, più forte” recita non a caso il motto olimpico coniato dal barone De Coubertin, suffragato dalle espressioni di stupore di un mondo che acclama gli atleti quando una “barriera” (spaziale o temporale) che si presumeva invalicabile viene abbattuta, per poi ritirarsi nell’attesa di tornare ad acclamare quando qualcuno verrà a infrangere anche il nuovo limite. Non c’è quindi da meravigliarsi, da una parte, se proprio lo sport competitivo (nel nostro caso il ciclismo professionistico) sia l’area che negli ultimi decenni ha conosciuto il maggior ricorso al doping (3). L’assunzione di certe sostanze da parte degli atleti ha lo scopo di accrescerne la forza, potenziarne i riflessi, aumentarne la massa muscolare e prolungarne la resistenza alla fatica, allo stress, alla fame e al dolore. Si creano così per ogni atleta, almeno in teoria, le condizioni per fare, come si suole dire, “più che bene” o “meglio che bene”, cioè per accrescere performances di per sé “normali” (per esempio a livello amatoriale), o rendere oltremodo eccezionali prestazioni che (a livello professionistico) si trovano già  ai limiti delle abilità umane (4).

Alla gran parte degli osservatori, d’altra parte, ciò appare illecito. E’ proprio a proposito degli usi di questi farmaci a scopi di potenziamento sportivo che si ricorre al termine “doping”- una parola dalle risonanze emotive negative, evocatrice del Male in quanto tale. La parola contiene in sé una condanna senza appello della pratica in questione; pronunciarla costituisce il modo per troncare la discussione e invocare bandi globali. La tesi diffusa è che l’uso delle droghe nel ciclismo costituirebbe un mezzo improprio per raggiungere il fine socialmente approvato di “prestazioni eccellenti” (5). Il ricorso a certe sostanze, si sostiene, corrompe la “dignità” dell’attività sportiva e la “personalità” di chi le usa. Il corpo del ciclista – prosegue la tesi – è e dovrebbe restare simile a un luogo sacro e inviolabile. Al proposito capita che la stampa richiami alla mente episodi e figure legati ai tempi (cosiddetti) “eroici” del ciclismo, quando ad esempio Ottavio Bottecchia, che correva con i panni da muratore, strappava con i denti dai cerchi i tubolari forati, rinunciava ad alimentarsi con il cibo consegnato in corsa agli atleti preferendo portare qualcosa da mangiare alla famiglia, e nonostante ciò trionfava al Tour del 1924. Il ciclismo, in questa ottica da epopea eroica, è una sorta di romanzo d’appendice o di moderna mitologia che gronda lacrime, fatica e sangue. I suoi protagonisti sono degli atleti-asceti i cui corpi possono (devono?) anche subire il martirio legato alle condizioni in cui si svolge la competizione, ma mai essere aiutati. Ciò che conta, infatti, è che gli atleti riescano da soli, a costo di “spolmonarsi”, a superare le prove e le asperità di cime dai nomi leggendari come Mont Ventoux, Tourmalet, Aubisque, Izoard, Galibier. Dal corpo è consentito pretendere prestazioni sportive superiori (PS), ma sempre e soltanto entro i limiti biologici assegnati da Dio o dalla natura e facendo unicamente leva sulla “forza di volontà”. Pedalare - “con le proprie (non-potenziate!) gambe” - o schiantare: tertium non datur. La grandezza dell’atleta, come ebbe a scrivere Roland Barthes collocando non a caso la Grande Boucle tra i “Miti d’oggi” (1957), non stava solo o tanto nella vittoria di un uomo sugli altri, ma soprattutto dell’uomo su se stesso: “La tappa è ispida, vischiosa, infiammata, irta ecc., tutti aggettivi  che appartengono a un ordine esistenziale della qualificazione e mirano a indicare che il corridore è alle prese non con questa o altra difficoltà naturale, ma con un vero tema di esistenza, un tema sostanziale in cui, con un solo movimento, egli impegna la propria percezione e il proprio giudizio”. Ebbene, la “farmacia del diavolo” deturpa la bella epopea del ciclismo eroico e svuota di senso “le prove di esistenza”. Essa è dunque moralmente esecrabile: “…lo scatto – scriveva ancora Barthes – [è un] vero e proprio impulso elettrico che prende di soprassalto certi corridori cari agli dèi e fa loro compiere prodezze sovrumane [..] C’è una terribile parodia dello scatto, la “bomba”; drogare il corridore è tanto criminale, tanto sacrilego quanto voler imitare Dio; è rubare a Dio il privilegio della scintilla” (6).

Nelle pagine che seguono useremo il termine doping in una accezione moralmente neutra, come sinonimo di dispositivi (chimici e farmacologici) per  il potenziamento di funzioni o abilità psico-fisiche in ambito sportivo. Il nostro semplice proposito è di mettere alla prova dell’analisi razionale l’idea che il doping sia espressione di un desiderio di profanazione di qualcosa di  sacro e intoccabile, o che nasconda una oscura “brama di perfezione” che degrada la ‘natura’ del ciclismo (7). Gli interrogativi che al proposito qui vengono suggeriti non hanno la pretesa di essere gli unici, né le risposte che si offrono ambiscono ad essere risolutive. Hanno il solo scopo di mostrare che anche i principali argomenti sinora addotti a sostegno della illiceità del doping nel ciclismo a nostro parere non sono convincenti né, tanto meno, definitivi. Il nostro scopo non è di difendere la liceità del ricorso ai mezzi di potenziamento farmacologico nello sport, ma di avanzare dubbi in merito al fondamento su cui attualmente poggiano i bandi assoluti e sollecitare un supplemento d’indagine.

1. Natura contro artificio. Crediamo non ci siano molte parole da spendere riguardo a chi mette in discussione la liceità del potenziamento bio-chimico ricorrendo alla contrapposizione tra un tipo di PS ‘naturale’, e dunque moralmente buona, guadagnata attraverso lo “sforzo autentico” e ripetuto, e un tipo di PS ‘artificiale’, e dunque cattiva, ottenuta “senza sforzo” e con ausilii chimici (8). In effetti, a dispetto delle visioni idealizzate del ciclismo che pretendono che l’eroe sportivo debba trattare il proprio corpo in modo “naturale”, non si è dovuto attendere l’impiego del testosterone, delle amfetamine o dell’ormone della crescita (a cui presumibilmente andranno ad aggiungersi nel prossimo futuro le applicazioni della terapia genica) per trasformare il corpo dell’atleta da realtà indisponibile a prodotto (almeno in grande parte) della scelta e della pianificazione volontaria umana. Gli atleti non hanno mai mancato di fare ricorso ai più svariati mezzi e metodi artificiali per facilitare il potenziamento e l’allargamento delle possibilità dell’organismo funzionali al successo (9). Basti pensare ai regimi di dieta, all’uso di materiali e di equipaggiamenti sempre più ricchi e sofisticati, ai lunghi allenamenti e all’affinarsi delle tecniche di allenamento, al ruolo dei trainers, alla meditazione o alla scelta delle ‘guide spirituali’ (di Gino Bartali si soleva dire che la sua droga era la fede…). Tutti questi mezzi, in un modo o nell’altro, assottigliano il peso delle componenti naturali (date) del corpo e di altrettanto accrescono quello delle componenti artificialmente indotte. Il fatto che certi strumenti o pratiche non siano percepiti come “artificiali” dipende solo dal loro progressivo ‘incorporarsi’ nello stile di comportamento abituale degli atleti, dal loro divenire cioè tanto familiari e utili da configurarsi come naturali.
Ciò significa che la differenza fra un mezzo di potenziamento e un altro non ha nulla a che fare con la dicotomia natura-artificio, ma, semmai, col grado di accoglienza o gradimento sociale di un artificio rispetto a un altro. In altre parole il rifiuto dell’artificialità del doping fa emergere il ruolo della tradizione e delle convenzioni sociali (tabù e pregiudizi compresi) nel far essere qualcosa naturale o innaturale, non diversamente forse da quanto é accaduto, per esempio, per l’introduzione dell’anestesia nella pratica chirurgica: inizialmente percepita come empia o innaturale, è stata poi diffusamente utilizzata fino a diventare essa stessa un mezzo naturale  irrinunciabile.
Riguardo allo sforzo, che sarebbe presente nelle PS “naturali” e assente invece in quelle che sfruttano i potenziamenti chimici, c’è da dire che anche molte PS naturalmente acquisite sono (quasi) senza sforzo. Sono quelle – e ce ne sono – che dipendono dalle generose dotazioni originarie di cui alcuni atleti sono stati gratificati dalla lotteria genetica (naturale). Si tratta di quegli atleti “cari agli déi”, di cui parlava Barthes, e ai quali rimane così facile compiere “prodezze sovrumane” da far pensare davvero che “esista un ordine sovrannaturale in cui l’uomo riesce in quanto ci sia un dio ad aiutarlo” (10). Da questo punto di vista, dunque, non è chiaro perché i vantaggi procurati con gli interventi artificiali (compresi gli interventi chimici) dovrebbero essere oggetto di biasimo a differenza dei vantaggi – ambiti e ammirati - elargiti dalla natura o dagli dèi. Gli aiuti chimici hanno forse qualche caratteristica che li renda intrinsecamente meno apprezzabili del favore degli dèi?
D’altra parte, non c’è ragione di credere che la componente dello “sforzo” volontario venga meno con gli strumenti del bio-potenziamento chimico. Al contrario, proprio il potenziamento potrebbe essere visto come l’ultima espressione di un’etica dello sforzo e della volontà di fronte alle mutate circostanze in cui si svolge il ciclismo. Il numero delle competizioni (e dei chilometri) che gli atleti sono chiamati ad affrontare cresce di anno in anno, le prove si fanno sempre più dure e complicate, i carichi di lavoro più gravosi (7-8 ore in sella ogni giorno per 300 giorni all’anno), gli sforzi richiesti più intensi, le attese del pubblico (e le pretese dello “spettacolo”) più insistenti ed elevate. In questa situazione la strumentazione medica e l’‘addizione’ chimica non sono anestetici per una presunta, deresponsabilizzante “fuga dal reale” e dalle fatiche connesse agli impegni della competizione. Sono, in prima istanza, strumenti per eguagliare, per così dire, la realtà e le situazioni concrete della corsa, mezzi per rispondere agli altissimi standard di prestazione richiesti.
Insistere unilateralmente sulla necessità di mettere al bando come mezzo “innaturale” il doping senza fare i conti con le nuove e altrettanto innaturali circostanze e pressioni a cui devono far fronte gli atleti è un atteggiamento da struzzi. E’ rifiutarsi di vedere che i problemi del ciclismo stanno anche nei ritmi forsennati impressi a questo sport e in un ‘calendario’ denso di appuntamenti impegnativi e ineludibili. A causa di tale rifiuto l’ausilio chimico, da concreta risorsa (se regolamentato) per l’atleta che voglia affrontare le nuove e esigenti richieste del ciclismo, rischia di diventare (se demonizzato) il “capro espiatorio” di una battaglia tutta ideologica in cui a confrontarsi sono figure fittizie come la Natura  e l’Artificio (11).

2. Modificazioni dirette e indirette. A questo punto chi obietta all’uso di steroidi e di altre sostanze dopanti nel ciclismo osserva che anche concedendo quanto sopra vi sarebbe però una differenza rilevante, dal punto di vista morale, tra mezzi per così dire meccanici e mezzi chimici del potenziamento delle prestazioni. Mentre i mezzi meccanici (dalle bici in alluminio a quelle in carbonio, dai caschi e dalle tute “ergonomici” alle ruote “lenticolari”, ecc.) modificano direttamente il contesto e solo indirettamente e in modo reversibile l’atleta, le sostanze dopanti lo modificano direttamente e in modo irreversibile, “alterando” le sue dotazioni originarie e andando a incidere per sempre sul suo corpo e sull’identità personale (12).
Al proposito occorre osservare che la cosiddetta “medicalizzazione” del ciclismo (e dello sport in genere) ha in effetti esteso di molto le possibilità della ‘costruzione’ chimica dei corpi e accresciuto significativamente le chances di pianificazione delle prestazioni atletiche. In particolare – per il tema che ci riguarda – la produzione e diffusione dei farmaci ha permesso di intervenire sempre più in profondità sull’organismo, coinvolgendo la preparazione fisica nel suo complesso (allenamenti compresi) e non solo le singole performances: “La chiamano sbrigativamente la ‘cura’ - ha scritto un cronista dal Tour - perché non si tratta più come una volta di un semplice prodotto, della pasticchetta più o meno segreta, più o meno sconosciuta tirata fuori di tasca al momento opportuno il giorno della gara. Bensì di un vero e proprio ‘trattamento’ che comincia in inverno nella stagione della preparazione per continuare ininterrottamente lungo i mesi delle competizioni. E culminare il giorno o i giorni della gara. Attraverso ‘cicli’ di ‘carico’ e ‘scarico’ che ricalcano quelli dell’allenamento vero e proprio in bici. L’anabolizzante l’inverno quando è il momento di aumentare con i carichi di lavoro la forza e la resistenza, ma anche l’estate quando è necessario accelerare il recupero del catabolismo derivante dalla fatica quotidiana, ovvero l’usura quotidiana che subiscono le fibre muscolari per via degli sforzi intensi e ripetuti” (13).
C’è da notare d’altra parte, e in primo luogo, che i cosiddetti cambiamenti indiretti non sono meno rilevanti di quelli diretti. Se è vero che la tecnologia non cambia solo il modo di fare le cose, ma anche le cose che facciamo, si impone una conclusione: il ciclismo come si configura a seguito della evoluzione tecnica dei materiali, delle attrezzature, delle strutture organizzative, dei sistemi di sponsorizzazione e dello spettacolo mediatico non è più lo stesso dei tempi cosiddetti “eroici”. E’ difficile immaginare un Bottecchia che continui a strappare coi denti i tubolari quando il successo nella competizione dipende spesso da lievi scarti cronometrici. Nello stesso modo è altrettanto plausibile supporre che insieme alle attività nelle quali il ciclista è impegnato vengano modificati anche il sistema delle sue aspettative, gli apparati cognitivi e dunque, almeno indirettamente, il suo “carattere”. Ne consegue che non è affatto scontato che le virtù, i tratti e i comportamenti che si richiedono oggi agli atleti siano gli stessi di ottanta anni fa. Eseguire una “crono” o affrontare una salita mentre gli strumenti misurano i battiti del cuore, il respiro e la potenza e dall’auricolare si ascoltano le istruzioni del direttore sportivo che trasmette i tempi dei rivali o suggerisce le traiettorie da tenere implica competenze e abilità sconosciute a chi semplicemente si affidava alle proprie gambe e al proprio ‘fiato’.
In secondo luogo, è dubbio che i cambiamenti nelle attrezzature e nelle tecniche convenzionali di assistenza producano solo cambiamenti indiretti dell’agente. Ciò è evidente ovviamente per interventi che riguardano l’ottimizzazione della nutrizione e delle metodiche di allenamento, per i quali è difficile dire dove finisca l’interferenza indiretta e cominci quella diretta. Ma la cosa non è meno chiara per altri tipi di mezzi. Un casco ergonomico o un cambio speciale ovviamente non lasciano segni evidenti sul corpo, ma questo non significa che le nostre abitudini o la nostra “identità” restino inalterate (14). Ne sono prova espressioni come “non potrei fare più a meno della mia tuta”, o “senza questo tipo di telaio non mi sento più lo stesso” (non diversamente da quanto si usa dire, e non solo per retorica, a proposito dei cellulari o della metropolitana). Auricolari, caschi profilati, bici ‘speciali’, sebbene fisicamente ‘esterni’ agli agenti, entrano a far parte funzionalmente degli agenti. Ciò significa che la linea divisoria tra persone ed equipaggiamenti è continuamente erosa, qualunque siano i mezzi impiegati, e non è plausibile pensare alle “persone” come entità disincarnate separate dalle protesi tecnologiche. I “mezzi” tendono a incorporarsi in maniera inestricabile nelle forme di vita degli agenti e non è dato cogliere, neppure nello sport, un netto confine tra miglioramento degli uni e potenziamento degli altri.
Riguardo poi alla distinzione tra cambiamenti reversibili e irreversibili, c’è da notare che questa sembra essere una differenza solo contingente, non assoluta o categoriale. Lo sviluppo delle tecnologie consente di ‘rimuovere’ quello che è stato installato e dunque di rendere reversibile ogni intervento: anche le modifiche più profonde, insomma, sono suscettibili di essere rimodificate. Ma soprattutto, dal punto di vista morale, c’è da notare che non sembra avere rilievo se un cambiamento prodotto sui corpi degli agenti sia diretto o indiretto, reversibile o irreversibile. Se così fosse, infatti, dovremmo bandire le cure mediche, la chirurgia e le psicoterapie che inducono cambiamenti (incluse amputazioni, sostituzioni di organi e di ‘tratti di personalità’) anche profondi (diretti e indiretti, reversibili e irreversibili) in chi vi è sottoposto. Ciò che conta moralmente è capire se un cambiamento è buono o cattivo per chi lo esperisce, ovvero se “alterare” è un mero modificare o un attivo danneggiare. Per stabilire ciò è necessario fare riferimento non alla procedura utilizzata, ma agli scopi e motivi per i quali una certa modificazione viene perseguita e ai risultati che ne conseguono. Medicina, chirurgia e psicoterapie vengono giudicate (perlopiù) positivamente in quanto, cercando di debellare malattie o lenire sofferenze, aiutano chi viene modificato a stare meglio o meno male di come starebbe se non venisse modificato. Il doping nel ciclismo – ove ci si liberi del peso della risonanza emotiva negativa della parola – è, in prima istanza, una delle modalità biotecnologiche di modificazione del corpo (e della mente) con la quale alcuni individui cercano di estendere il controllo sui processi chimico-fisici del proprio organismo e su qualità, durata e limiti delle sue prestazioni (15). Con ciò essi dimostrano di rifiutare in partenza la normatività di una immagine corporea (quella data) e tendono a rimodellarla sulla base di principi e valori personali. Non aspirano a rimanere come sono, legati a vincoli biologici e funzionali dati, né temono eventuali cambiamenti delle dotazioni originarie: per loro avere una “identità personale” ha poco a che fare con le particolari caratteristiche psico-fisiche che attualmente siamo soliti usare per definire noi stessi. La questione in gioco diventa allora se la loro aspirazione a “prestazioni superiori” comporti o meno danni di un genere moralmente rilevante per qualcuno, mentre non sembrano in discussione l’aspirazione in sé all’eccellenza, gli strumenti usati per realizzarla e i punti in cui vanno a depositarsi  i cambiamenti. Nel caso in cui l’uso del doping non nuoccia ad alcuno, l’addizione chimica si configura come un modo di esercitare la libertà di disporre del proprio corpo secondo i propri criteri di identità personale e di autorealizzazione. 

3. Eccellenza umana e eccellenza non umana. Una terza obiezione, di chiara ispirazione aristotelica, si fonda sull’assunto che nella competizione sportiva non conta soltanto l’eccellenza dei risultati, ma anche o soprattutto chi li consegue e come (16).
Chi. Riguardo al chi, l’obiezione assume che siamo esseri biologici, con capacità finite e un corpo con dotazioni originarie altrettanto limitate, fragili e imperfette che fanno sì che si abbia l’identità che abbiamo. Come “io incorporati” (“noi non abbiamo un corpo, siamo un corpo!”) possiamo anche cercare cambiamenti alla nostra condizione, ma entro i limiti assegnati dalle dotazioni native. Le “prestazioni superiori” moralmente lodevoli sono quelle conseguite da agenti che si muovono entro gli orizzonti di possibilità definiti dal loro essere “io incarnati”. Ogni tentativo di oltrepassare questi limiti ha un prezzo in termini di violazione o perdita della “dignità umana”, intesa come la “fioritura integrale” delle facoltà connesse al tipo di esseri che siamo.
Come. Riguardo al come conseguire prestazioni superiori la modalità lecita consiste nel coltivare sino all’eccellenza un tratto o una abilità in modo “propriamente umano”. Con quest’ultima espressione si deve intendere l’atto o l’insieme degli atti consapevolmente scelti grazie ai quali tra lo sforzo impiegato e i risultati ottenuti emergono connessioni identificabili e riconoscibili, di cui cioè l’atleta è pienamente cosciente. Ciò significa che non possono ritenersi “propriamente umane” quelle forme di eccellenza in cui la connessione tra le attività di potenziamento e i traguardi conseguiti resti sconosciuta o scarsamente intelligibile.
Da queste premesse l’obiezione dell’eccellenza trae le seguenti considerazioni. L’atleta che si allena seguendo metodiche convenzionali sceglie di attingere unicamente alle risorse della sua “dotazione originaria”. Così facendo “onora” la corporeità data, ha una conoscenza accurata di quel che sta accadendo al suo organismo e vive attivamente l’esperienza di essere “in funzione” o “al lavoro nel mondo”. Al contrario, chi usa steroidi, EPO, ormone della crescita o esegue trasfusioni utilizza doni nuovi ed estranei alle dotazioni umane per conseguire risultati eccedenti il tipo di esseri che siamo. Ha una visione mitizzata del suo corpo (percepito come una sorta di laboratorio sperimentale aperto 24 ore su 24) che lo sospinge a desiderare il continuo superamento della sua finitezza. L’esito di questa iperstimolazione è la riduzione dell’agente a macchina o a mero ricettacolo  di cambiamenti chimici che non interpellano la sua coscienza. Si usa anche dire che l’atleta che fa uso di mezzi convenzionali sviluppa in prima persona la capacità da sviluppare esercitandola; l’atleta chimicamente potenziato (ACP), al contrario, isola un set di caratteristiche a spese di altre aree della vita e delega al mezzo il compito di perfezionarle astenendosi dal prendere parte attiva nel processo. Mentre nel primo caso esperienza, coscienza e comprensione sono tra loro allineate e garantiscono l’integrità umana complessiva dell’atleta, nel secondo le due dimensioni sono disgiunte: l’identità prende “forma a livello molecolare” e l’ACP si aliena dalla realtà e dal suo concreto fare (17). L’obiezione in esame conclude che l’eccellenza conseguita dall’ACP, a differenza di quella dell’atleta convenzionale, non è il tipo di eccellenza che si richiede agli umani, quella per noi ‘naturale’ o a noi ‘destinata’. E’ piuttosto quella di una macchina, di un robot chimico o di un dio, un tipo di eccellenza “iperumana” che non potremmo ammirare e  desiderare per esseri fatti come noi.
Non è difficile vedere che l’obiezione dell’eccellenza presenta diversi punti deboli.
Coscienza e attività. In primo luogo trascura di considerare che già molte attività di routine della nostra vita quotidiana, dal mangiare al dormire, trasformano i nostri corpi senza la nostra partecipazione cosciente e attiva: essi cioè non sono (si pensi alla digestione) esperenzialmente intelligibili. La stessa cosa caratterizza peraltro anche molte delle attività autodirette e coscientemente vissute, compresi gli allenamenti convenzionali o le risposte in gara alla condotta dei rivali: in esse rimaniamo infatti del tutto ignari della dimensione “molecolare” in cui si svolgono i processi chimici coinvolti. In generale c’è da ricordare che tutta la vita mentale ed emotiva umana si svolge in gran parte al di sotto della soglia della coscienza. Ciò significa – ammesso e non concesso che questo sia moralmente importante – che la differenza tra i cambiamenti indotti da pratiche di potenziamento sportivo convenzionali e quelli indotti dal potenziamento farmacologico è di grado piuttosto che d’essenza.
Sempre a questo riguardo c’è poi da chiedersi se davvero l’intelligibilità di tutto quel che facciamo sia un requisito necessario dell’“essere uomini”, il marchio di una nostra (presunta) “autenticità”. Non sembra che le cose stiano così. Utilizziamo quotidianamente mezzi e strumenti  - si pensi agli ascensori o, di nuovo, ai telefoni cellulari - delle cui dinamiche di funzionamento ci sfugge pressoché completamente la conoscenza. In questi casi, tuttavia, anteponiamo la considerazione dei vantaggi al valore delle conoscenze: consapevoli dei rischi di paralisi o di ritardo dell’azione contenuti nelle soluzioni alternative, premiamo quei pulsanti o saltiamo su quella pedana.
Infine va sottolineato che neppure è plausibile pensare che con gli aiuti farmacologici volontà, consapevolezza e intenzionalità si dissolvano. Gli ACP sono anch’essi degli “io incorporati” che non si lasciano pilotare a comando: devono pur sempre riflettere, controllare il mezzo su cui si muovono, ascoltare e comprendere i suggerimenti del trainer, interagire coi compagni di squadra, distribuire i loro sforzi, scegliere la strategia migliore durante una ‘fuga’, ecc. ecc. Ben lungi dal dissolversi, attenzione e autonoma deliberazione vengono come dislocati per far fronte a impegni più gravosi e obbiettivi più complessi. Si può discutere della ragionevolezza di una logica che spinge di continuo ad alzare l’asticella (ma non è questa peraltro la logica di molte discipline sportive a cominciare dall’atletica?); è tuttavia improprio discutere della liceità o meno delle addizioni chimiche tirando in ballo la (presunta) opacità delle esperienze degli ACP.
Alienazione e doni naturali. In secondo luogo, riguardo al problema dell’alienazione o dell’essere ridotti a macchine va detto che esso sembra un falso bersaglio. Per un verso infatti non c’è dubbio che il potenziamento psicofisico avviene attraverso mezzi esterni e estranei alle “dotazioni orginarie” (anche se non estranei al costume delle civiltà umane: basti pensare agli usi diffusi oggi e nel corso dei secoli di molte sostanze psicoattive a scopo, per così dire, di lubrificazione sociale); per un altro verso, tuttavia, si può dire che attraverso di essi riusciamo ad assumere un controllo maggiore della nostra corporeità, spingendone le possibilità oltre i limiti sinora sperimentati. Grazie anche agli strumenti farmacologici il corpo si sta trasformando in risorsa dalle molteplici possibilità. Discutere se renderlo una macchina o lasciarlo nelle condizioni in cui si trova significa trascurare che esso già ora presenta la stessa versatilità delle macchine: ne possiamo sostituire, modulare, ‘scolpire’, ibridare intere parti in base alle nostre specifiche esigenze (18). Questo ventaglio sempre più esteso di chances rende sempre meno rilevante  la protezione del corpo originario (ammesso lo sia mai stata: basti in questo caso pensare alle protesi meccaniche, dalle lenti agli impianti cocleari, dagli arti artificiali ai pace-makers) e sempre più improbabile formulare una concezione forte di ciò a cui il corpo sarebbe destinato per natura o per essenza. E’ lo stesso risultato che in fondo si verifica in tante altre nostre attività. Il computer su cui scriviamo ci consente di correggere gli errori senza combinare pasticci sulla pagina. Si tratta di vedere quale sia il modo appropriato di descrivere questa esperienza. Ci stiamo “alienando” dalla penna stilografica e dal profumo dell’inchiostro, oppure stiamo accrescendo i nostri poteri liberandoci da limiti che fino a un recente passato sembravano insormontabili? Perdiamo il fascino del ticchettio della “macchina per scrivere” o guadagnamo risultati un tempo inimmaginabili?
La funzione di certi interventi bio-chimici nello sport, ben lungi dall’estraniare o ‘disconnettere’ gli atleti da se stessi e dalla realtà, è di accrescerne la responsabilità di controllo e di potenziarne la gamma e l’intensità delle prestazioni. Non è possibile trascurare infatti che alcune performances – per quanto coscientemente ripetute, sviluppate e perfezionate utilizzando le “dotazioni originarie” – si scontrano con limiti genetici e biologici dati. La richiesta di ulteriori miglioramenti non potrebbe essere soddisfatta se non attraverso ausilii che trascendano quelle dotazioni. In questo caso, o si accetta che la realtà (interna ed esterna) imponga misteriosi e insuperabili vincoli, oppure si fa ricorso – con tutte le precauzioni necessarie - a nuovi mezzi. Nel primo caso, si va incontro al rischio di moralizzare indebitamente la realtà assegnando un riguardo speciale alla natura e alle attuali limitazioni delle nostre capacità fisiche secondo un atteggiamento che potrebbe anche essere letto come una ingiustificata apologia della fragilità e dell’imperfezione o un attaccamento pregiudiziale allo status quo (19). Nel secondo caso si aprono indubbiamente le porte a nuovi rischi e pericoli che andranno certo identificati ed evitati. La loro semplice presenza, tuttavia, non sembra costituire ragione sufficiente per trascurare le opportunità che l’uso di ausilii farmacologici offre. Tra queste ultime va compresa anche quella di compensare una “dotazione nativa” spesso ingenerosa o contrassegnata da inadeguatezze e fragilità che sarebbe discutibile voler “onorare” e magnificare.
Una strategia persuasiva. Al di là di queste repliche di merito, comunque, l’obiezione dell’eccellenza si presta a una osservazione di metodo che mina la forza intuitiva dell’idea in essa sostenuta, relativa alla presunta esistenza di una differenza morale intrinseca tra ciclismo chimicamente potenziato e ciclismo convenzionale. L’obiezione sovrappone due significati di “essere umano” e di “attività umana”. In un primo significato (propriamente descrittivo) queste espressioni stanno, rispettivamente, per individuo appartenente alla specie “homo sapiens” e per attività svolta da individui appartenenti a tale specie. In un secondo significato ( il significato normativo che emerge laddove si fa ricorso a espressioni avverbiali come attività “propriamente” o “autenticamente umana”) il riferimento è alla qualità morale positiva degli agenti e delle loro attività. Fare una cosa in modo “propriamente umano” è fare qualcosa che merita approvazione. Il ricorso al doping è da condannare moralmente – questa la tesi - perché mentre l’atleta convenzionale fa le cose in modo “propriamente umano”, l’ACP fa le cose in modo non umano o iperumano (il “robot chimico”), tale comunque da mancare il genere di eccellenza tipico della “human agengy”.
La questione qui in gioco, tuttavia, non è di convenire retoricamente che ciò che è “propriamente umano” è approvabile. E’ di dare una giustificazione razionale del perché un’eccellenza perseguita con aiuti farmacologici non sarebbe “propriamente umana”. In fondo, se è “naturale” per gli esseri umani cercare di ampliare i limiti dei loro “poteri nativi”, sembra del tutto “naturale” anche pensare di ricorrere a supporti chimici per oltrepassarli. Dal momento che un atto è un atto “propriamente umano” quando è il frutto di una scelta consapevole, perché un atto di potenziamento bio-chimico non sarebbe un atto umano, espressione della nostra capacità di scavalcare le limitazioni a cui ci inchioda la “dotazione originaria”? Perché trascendere le “dotazioni native” dovrebbe renderci meno umani di quel che siamo? E perché non ipotizzare che accanto ad una (collaudata) “dignità umana” ci sia spazio per forme inedite di “dignità iperumana” (20)?
Invece di impegnarsi a dare risposte argomentate a questo tipo di domande, l’obiezione dell’eccellenza compie due mosse che si prestano all’accusa di circolarità. In primo luogo fa ricorso a un uso ontologizzante di nozioni generalissime come “eccellenza” e “dignità umana”. Con tale uso si presume di potersi riferire a qualche misteriosa qualità (ad esempio il “fattore X” di cui parla Francis Fukuyama [21]: ciò che la natura umana realmente è), per poi cercare di dedurre da questo piano essenziale e profondo anche ciò che è la vita degli agenti umani e quale è la modalità di conseguire l’eccellenza (compresa l’eccellenza sportiva) da parte degli agenti umani. La “dignità” dell’atleta viene così come scorporata dai modi individuali di esercitarla e entificata in una serie di tratti e norme sovraordinati agli stili concreti e personali di agire e di eccellere. Ne consegue che solo uno risulterà il modo “naturale” o valido di competere e di potenziare le proprie facoltà da parte delle persone umane, mentre gli altri saranno derubricati a modalità indegne o ad arrogante “brama di perfezione” (22). In secondo luogo, a rafforzare l’impressione di circolarità, l’obiezione assume preliminarmente che l’espressione “attività propriamente umana” sia sinonimo di attività che esclude addizioni chimiche degli atleti. Essa cioè ritaglia una lista di prestazioni sportive qualificabili come “propriamente umane” da cui vengono escluse, per definizione, le prestazioni farmacologicamente potenziate. Ciò significa che le conclusioni morali della discussione sulla liceità o meno degli aiuti farmacologici nel ciclismo sono presupposte grazie alla scelta delle parole con cui la questione viene posta. Sottolineando in partenza che “propriamente umano” significa “non usare doping” e che assumere steroidi equivale a “deformare la natura” della human agency si dà per scontato proprio ciò che deve essere dimostrato.
Il carattere meramente persuasivo di questa strategia emerge anche considerando che gli argomenti elaborati a sostegno della tesi della differenza intrinseca tra ciclismo convenzionale e chimicamente potenziato non riescono a soddisfare un requisito minimo necessario in operazioni come queste. Distinte due versioni, una positiva e l’altra negativa, di una certa pratica, il requisito in parola richiederebbe di dimostrare che le caratteristiche (individuate come) biasimevoli della versione negativa (nel nostro caso la versione farmacologicamente assistita del ciclismo) non sono presenti nella versione positiva e, viceversa, che le caratteristiche (individuate come) lodevoli della versione approvata non figurano in quella biasimata. Così però non è. Come abbiamo visto, il rapporto tra esperienza e comprensione non è mai lineare e trasparente neppure nell’atleta non dopato; viceversa l’impegno cosciente, l’azione intenzionale e l’autocontrollo non sono affatto assenti nell’ACP. Il corpo dell’atleta convenzionale è anch’esso ‘levigato’ dall’uso di attrezzi modellanti, diete e allenatori, mentre l’ACP non si culla sugli allori e non manca di sottoporsi a sforzi intensi che impegnano a fondo la sua muscolatura. L’ACP potenzia le sue dotazioni fino forse a acquisirne di nuove e sconosciute, ma anche l’atleta convenzionale non si accontenta dei doni ricevuti e seleziona attivamente al loro interno quelli da accettare, quelli da correggere, quelli da migliorare e quelli che sono decisamente da scartare. Entrambi inoltre sono “io incarnati” “in funzione nel mondo”che utilizzano mezzi diversi (fisici, meccanici,  “spirituali”, chimici, informatici) per il potenziamento di particolari tratti e abilità. Entrambi infine isolano un set di caratteristiche e prestazioni da coltivare e si ‘alienano’ da altre aree della vita, consapevoli che a ogni tipo di eccellenza corrispondono amputazioni e rinunce su altri piani o riguardo ad altri tipi di aspirazioni.
Date queste caratteristiche comuni ad atleti convenzionali e ACP, l’idea che la “dignità” degli uni sia superiore a quella degli altri resta pertanto ancora tutta da dimostrare. A meno di credere nel carattere intrinsecamente malvagio del biopotenziamento farmacologico, gli aspetti moralmente problematici (se ci sono) del ciclismo chimicamente potenziato andranno cercati in altre direzioni. Si tratterà in particolare di indagare se le conseguenze che il doping può produrre su coloro che vi si sottopongono, su terzi non consenzienti o sulla stessa pratica sportiva, siano aspetti di questo tipo.

4. Rischi e pericoli per l’atleta. La conseguenza negativa più spesso richiamata riguarda i rischi e i pericoli a cui vanno incontro gli atleti che assumono sostanze dopanti. Dal primo caso di morte per doping in diretta TV di Tom Simpson sulla cima del Mont Ventoux nel Tour del 1967 alla vicenda di Marco Pantani e al recente tentato suicidio di Vandenbroucke – tutto sembra deporre a sfavore del ricorso al doping. Ad un primo livello il rischio riguarderebbe la dipendenza che si instaurerebbe tra l’atleta e le sostanze dopanti, al pari di quella che si instaura tra il “drogato” e le dosi giornaliere di eroina e cocaina. In questo caso si assume che la dipendenza sia una caratteristica negativa intrinseca delle sostanze stesse. Scegliere di assumerle è scegliere un modello distorto di personalità, quello di chi rinuncia a esercitare la propria autonomia e opta per farsi schiavo di mezzi che trascendono la propria volontà (23).
A questo primo livello, tuttavia, occorre osservare che vi sono almeno due significati di “dipendenza”, a seconda si voglia indicare con questo termine una relazione di sottomissione e sudditanza, oppure un “attaccamento” e un legame stretto. Mentre il primo significato fa riferimento di solito ad una relazione moralmente discutibile, il secondo non allude a niente che sia di per sé buono o cattivo: prova ne è che anche molte altre abitudini e “attaccamenti” che soddisfano i bisogni degli atleti – la consuetudine di aggiornare continuamente il mezzo e gli equipaggiamenti, gli allenamenti intensivi, le diete rigide, le ore in palestra ed i “ritiri” – possono tutti essere considerati “dipendenze” in questo secondo (e moralmente neutro) significato. Se una dipendenza di questo tipo prefiguri o meno una relazione moralmente discutibile sembra questione connessa ad altri fattori, a cominciare dalla pericolosità del mezzo con cui la dipendenza si è instaurata.
E’ questo – della pericolosità - il secondo livello in cui si colloca il rischio dell’assunzione di sostanze dopanti. Tuttavia, anche a proposito della pericolosità, c’è da dire intanto che non tutte le dipendenze pericolose configurano una sottomissione della volontà. Basti pensare al proposito al pilota automobilistico, al pugile, allo sciatore o al cultore dei cosiddetti sport estremi che consapevolmente scelgono di praticare sport che mettono direttamente e sistematicamente a repentaglio ogni volta l’intera loro esistenza (24). Da questo punto di vista, anzi, occorre osservare che non è affatto chiaro perché, in nome dell’autonomia del volere, si consente al pilota automobilistico di sprezzare rischi e pericoli, mentre si proibisce al ciclista, appellandosi ai pericoli che corre, di esercitare la libertà di scelta in merito all’uso di sostanze dopanti che non sono di per sé letali. Se l’oggetto delle preoccupazioni è la pericolosità di certe pratiche sportive, l’automobilismo e il pugilato dovrebbero essere banditi quanto e forse più del ciclismo chimicamente potenziato; se invece a interessare è la libertà di scelta di chi sceglie, la seconda pratica dovrebbe, al pari delle prime, venire autorizzata. A meno che siano in gioco abusi e danni nei confronti di terzi, la regola che non è possibile misconoscere l’esigenza di chi intende determinare il proprio destino e la propria identità ricorrendo anche a comportamenti rischiosi o autolesionistici deve essere applicata indipendentemente dal genere di rischio che si decida di correre (25).
In secondo luogo non si può neppure sottacere che ogni competizione atletica è intrinsecamente insicura e che molte attività sportive (per esempio quelle appena citate) pongono, in modo certo e attuale, molti più pericoli di quanti ne ponga, in prospettiva futura e in maniera solo probabile e incerta, l’assunzione di sostanze dopanti nel ciclismo. Come è stato notato (26), lo sport in genere richiede spesso un atteggiamento di noncuranza per le mere ragioni della sicurezza, essendo la sicurezza – agli occhi di molti atleti - meno importante del successo. Se privata dei suoi rischi, pericoli e sacrifici l’attività sportiva potrebbe risultare meno schietta e autentica. Usare farmaci per ottenere risultati eccellenti potrebbe essere non già motivo di biasimo e riprovazione, bensì di lode e apprezzamento per chi è disposto a sacrificare qualcosa di sé per una attività (peraltro socialmente approvata) a cui è “attaccato”.
In terzo luogo va osservato che una cosa è l’uso del doping per potenziare le prestazioni sportive, altra cosa il consumo di sostanze psicoattive  come stile di vita quotidiano. Tra le due modalità di assunzione non c’è né una connessione logica, né una implicazione pratica ineluttabile. Quando si cerca di stigmatizzare la pratica del potenziamento farmacologico dei ciclisti ricorrendo all’argomento della dipendenza pericolosa o della sottomissione è sulla tesi dello scivolamento ineluttabile dal doping alla “farmacomania” che ci si appoggia. Ma i casi che vengono citati, oltre ad essere rari, non si può affatto dire siano casi di ‘scivolamento’. Sono i casi di quegli atleti che – per un motivo o l’altro,  comunque indipendente dalla natura delle sostanze assunte e dalle finalità per cui esse, nel ciclismo, vengono assunte – lasciano che le sostanze dopanti si trasformino nelle uniche ragioni della loro esistenza adottando stili di vita finalizzati esclusivamente alla ricerca compulsiva delle dosi. In questo caso i farmaci acquistano la caratteristica di una ossessione (la “farmacomania”) che tiranneggia dall’interno l’intera vita di chi ne fa uso. La droga giunge a dominare la gerarchia delle motivazioni delle persone le quali finiscono effettivamente per perdere il controllo individuale sul consumo (27).
Se tuttavia questo è stato forse il caso di atleti come Pantani e Vandenbroucke, non si può dire sia il caso di altri ciclisti che regolarmente – anche se illegalmente – assumono sostanze dopanti a fini (circoscritti) di potenziamento delle prestazioni. Per gli atleti che cedono alla “farmacomania” vale quel che è stato osservato a proposito delle cause dell’obesità: “il punto centrale è pur sempre perché certe persone vogliono mangiare troppo” e non il metabolismo dei cibi (28). Il problema in altre parole è il consentire o meno che la propria vita venga come colonizzata dai farmaci, e non il potenziamento farmacologico in sé. Il fatto che qualcuno possa fare scelte sbagliate e cadere vittima della farmacomania, peraltro, non può comunque essere motivo sufficiente per sopprimere il diritto di scegliere di chi, accettando e gestendo i rischi, ricorre all’addizione chimica per ottenere PS nello sport.
Infine va detto che la pericolosità del doping, ben lungi dall’essere una caratteristica intrinseca delle sostanze utilizzate, è in relazione con molti altri elementi quali le particolarità psico-fisiche degli atleti, i modelli di consumo, i contesti di assunzione e, non ultimo, l’essere tali sostanze proibite o consentite a livello sociale. Non v’è dubbio, per esempio, che non solo una strategia rigidamente proibizionistica non è sinora riuscita (come accade solitamente a questo tipo di strategie) a impedire che una parte della comunità ciclistica continui a consumare sostanze dopanti. L’aspetto più inquietante è che il contesto di illegalità e di segretezza che circonda il loro uso è un fattore rilevante nel favorire l’aumento della loro pericolosità. In tale contesto la qualità e quantità delle sostanze somministrate non sono suscettibili di controlli efficaci, per cui predominano gli usi massicci e disinvolti e il potere discrezionale di medici irresponsabili. Una soluzione moralmente più corretta potrebbe proprio consistere nel fornire agli atleti gli strumenti per conoscere correttamente i margini di rischio di ogni sostanza, anziché intervenire per evitare o proibire che essi compiano scelte massimamente informate e consapevoli. Una “cultura del doping sportivo” potrebbe consentire, come è accaduto per la “cultura del vino”, del tabacco o del caffè, di includere il consumo di queste sostanze tra i rituali e le pratiche tollerati dalle nostre società e di ridurre i danni alla salute che comporta un uso solo subìto, occulto e (ancora in grande parte) incontrollabile. Ai bandi e ai divieti generalizzati subentrerebbero probabilmente forme di autocontrollo che consentirebbero agli atleti di definire in prima persona, in qualità di soggetti responsabili e non di destinatari di scelte obbligate, i limiti oltre i quali non è consentito andare (29).

5. Ingiusti vantaggi e erosione della fiducia. L’ultima obiezione al ricorso al doping nel ciclismo è di tipo deontologico. Afferma che esso è comunque da condannare perché procura ingiusti vantaggi agli ACP a tutto danno degli atleti non potenziati. Chi assume sostanze dopanti – si sostiene – prende una scorciatoia. Anziché fare affidamento, come ogni altro atleta, su dotazioni originarie meticolosamente coltivate si procura d’un colpo strumenti nuovi e addizionali. In questo modo mina la fiducia che fa da sostegno alle relazioni umane cooperative. La validità (non solo tecnica) di una gara – come di tutte le imprese cooperative - è basata in effetti sulla possibilità di condividere una serie di regole grazie alle quali i partecipanti, pur competendo tra loro, si accordano reciproca fiducia riguardo a ciò che faranno e a come lo faranno. La prima di queste regole prescrive il dovere di ciascuno di competere  in modo da non distruggere o compromettere la possibilità degli altri di fare altrettanto. Chi ricorre al doping compete seguendo strade che altri non possono seguire se non violando anch’essi patti e impegni che si vorrebbero universalmente vincolanti (30). L’ACP lede così la stabilità e la qualità dei rapporti umani in quanto tradisce la promessa di agire in modi che consentano di continuare a vivere in un mondo in cui ci sia spazio per la fiducia reciproca.
L’obiezione qui in discussione coglie indubbiamente il lato a nostro parere moralmente più problematico, rebus sic stantibus, del ricorso al doping nel ciclismo. L’ACP si comporta come il ‘battitore libero’ che si pensa esente dagli obblighi che egli ha invece bisogno di vedere adempiuti dagli altri. Ricorre a un aiuto non autorizzato, sleale e fraudolento contravvenendo al fair-play e all’equità sportiva. Il suo successo è direttamente proporzionale al non trattare moralmente gli altri come suoi pari, al tradirne la fiducia e a diffondere un clima di sospetti che erode le basi della cooperazione. Non si può dire che il suo comportamento sia espressione di un carattere morale, né che le sue scelte siano ispirate al senso di responsabilità (31).
Tuttavia anche per l’obiezione qui in esame è lecito avanzare una replica. Riguarda il deficit di equità presente anche nelle competizioni che si svolgono senza ausilii  chimici per gli atleti. Il riferimento non concerne tanto (o non concerne solo) i vantaggi diversamente distribuiti fra i ciclisti a seconda facciano o meno parte di squadre blasonate che possono contare, a differenza delle squadre rivali, su sponsorizzazioni cospicue, sulle migliori attrezzature, i tecnici più preparati, le équipes e la strumentazione mediche più avanzate. Il riferimento è al fatto che anche le dotazioni naturali degli atleti sono distribuite in modo diseguale. Quella parte del mondo del ciclismo che invita a rifuggire dal doping come dalla peste vanta, come unico e autentico modo di conseguire l’eccellenza, quello basato sull’accettazione dei limiti e delle imperfezioni umane contenuti nelle “dotazioni originarie” degli agenti. In questa maniera esso si lascia però sfuggire le profonde differenze di doti e attitudini esistenti nel ‘bagaglio’ naturale degli atleti. Così facendo, legittima e consacra queste stesse differenze. Alle disparità nei corredi disposizionali naturali – e ai vantaggi che procurano ai più dotati - non si pensa di dover porre rimedio. Mai, ad esempio, si è chiesto a chi abbia rivelato speciali e naturali talenti nel conseguire PS di accettare qualche svantaggio per garantire le condizioni di una (più) equa competizione. Una tale proposta suonerebbe come un controsenso, una sfida all’ordine naturale delle cose. Al contrario, quando qualche nuova tecnica del potenziamento consente a un atleta disabile di eguagliare almeno le prestazioni degli atleti normodotati (emblematico è il recente caso di Oscar Pistorius che grazie a due protesi di carbonio riesce a correre come nessuno, nella sua condizione, aveva mai corso), la stampa si affretta a parlare di “doping tecnologico” e le autorità sportive internazionali prendono risolutamente le distanze dal pretendente invitandolo a ‘rientrare’ nei ranghi della sua (naturale) categoria. Che questi ranghi siano contrassegnati da handicap non altrimenti recuperabili, da performances inevitabilmente modeste o inesistenti e segnati da disagi e sofferenze in alcuni casi intollerabili, non solleva gli imbarazzi e l’indignazione morale che solleva l’uso di tecniche di potenziamento vòlte a eguagliare effettivamente le possibilità di accesso alla vittoria. Il motivo di tale atteggiamento (e di questa asimmetria) va forse cercato nel privilegio morale accordato alla natura e alla lotteria naturale, cioè nella (falsa) credenza che, essendo le disparità nelle dotazioni originarie non acquisite ma date (“puramente biologiche”), i vantaggi e gli svantaggi che procurano non siano affatto arbitrari e discriminatori.
Non c’è dubbio invece che, nel caso si condividano ideali di pari opportunità, le asimmetrie nelle dotazioni naturali creino anch’esse qualche problema per la fede democratica. Pretendere da chi è attrezzato in un certo modo di arrendersi o di raggiungere le prestazioni dei più talentuosi con gli stessi mezzi che impiegano questi ultimi, significa avanzare richieste moralmente discutibili. Ove si accolga l’idea che è inammissibile trattare i diversi in modo  simile, non è chiaro perché – potendo – non si debba cercare  di porre rimedio anche alle disuguaglianze naturali. Potenziare col doping gli atleti meno dotati potrebbe servire perlomeno a compensare le differenze naturali e a rendere più eque le competizioni. Da questo punto di vista si potrebbe anzi pensare che siano certe istanze di giustizia e di fair play a reclamare il potenziamento biochimico degli atleti, piuttosto che il potenziamento a contraddire le pretese della giustizia (32).
Una possibile controreplica a queste osservazioni è che anche in questo modo non si potrebbe comunque impedire a chi già consegue PS di fruire anch’egli delle addizioni chimiche per conseguire prestazioni ancora più elevate. Non è forse il potenziamento farmacologico degli atleti pensato per migliorare le funzioni piuttosto che curare le disfunzioni? I più talentuosi continuerebbero così a tenere a distanza i meno dotati; il peso delle disparità naturali, ben lungi dall’essere azzerato, verrebbe trasferito ad altri livelli. Il ragionamento fino a qui condotto sarebbe vano, e forse più simile ad un miraggio  che a un auspicio.
Non c’è dubbio che la questione meriterebbe maggiore approfondimento di quanto qui sia consentito (33). E ciò soprattutto ove si ritenga che essa sia non una questione metafisica, legata alla possibilità di definire cosa sia ciò che è “naturale” o “essenziale” nello sport, ma una questione empirica, suscettibile di essere affrontata consentendo ad esempio potenziamenti differenziati in base ai tratti e alle attitudini individuali. A questo livello la posta in gioco non riguarderebbe più la questione di principio circa la moralità della tecnologia farmacologica di potenziamento dei ciclisti. In gioco sarebbero le modalità concrete con le quali garantire che le disparità nelle “dotazioni” – tutte le disparità, artificiali e naturali – non pregiudichino uno svolgimento quanto più equo possibile delle competizioni.

6. Conclusioni. Comunque stiano le cose,  lo scopo del presente articolo, come accennato in premessa, non era di affrontare tutti i problemi connessi al potenziamento biochimico nel ciclismo. Era di porre qualche interrogativo riguardo alla presunta conclusività di certi argomenti che fanno da sostegno agli attuali bandi. In particolare si intendeva mettere in discussione la tendenza a usare termini come PS o “eccellenza sportiva” secondo una strategia essenzialistica che ne collega il significato soltanto a uno dei modi possibili di raggiungerle. L’evoluzione delle tecniche del potenziamento psico-fisico e il peso che anche in questo ambito gioca l’autonomia individuale sconsigliano di contrarre i significati di queste nozioni entro un’area semantica segnata da convenzioni sociali e culturali che si vorrebbero al riparo dalla critica e dall’indagine razionale. E’ nostra convinzione che la discussione sul ricorso al doping nel ciclismo non sia affatto chiusa e che possa essere oggetto di decisioni responsabili. Perché lo diventi, occorre rinunciare alla convinzione di trovarsi di fronte ad una scelta semplice tra bene e male.

 

 

 

            

  * Docente di Bioetica e di Etica Ambientale
     Dip.to di Filosofia e Corso di laurea in Ingegneria Biomedica
     Università degli Studi di Pisa

NOTE

    • G. Mura, La Francia e uno sport morente, “La Repubblica”, 27.7.2007, pp. 58-59 (sott. ns.)
    • R.D. Mandell, Storia culturale dello sport, Laterza, Roma-Bari 1989.
    • M. Zerbini, Alle fonti del doping, L’Erma, Roma 2000. Sulle ‘ultime frontiere’ del doping, cfr. M. Unal, D. Ozer Unal, Gene Doping in Sports, in “Sports Medicine”, 6, 2004, pp. 357-362.
    • In generale, sull’etica del potenziamento biotecnologico, cfr. E. Parens (ed.), Enhancing Human Traits: Ethical and Social Implications, Georgetown University Press, Washington (DC) 1998; C. Elliott, Better than Well. Americam Medicine Meets the American Dream, W.W.Norton, New York 2003.
    • President’s Council on Bioethics (d’ora in avanti citato con la sigla PCB), Beyond Therapy. Biotechnology and the Pursuit of Happiness, Harper Collins, New York 2003, disponibile in rete al sito http://www.bioethics.gov/ (da cui citeremo), in partic. capp. 3 e 6.
    • R. Barthes, Miti d’oggi (1957), Einaudi, Torino 1974, p.111
    • S. Rothman, D. Rothman, The Pursuit of Perfection. The Promise and Perils of Medical Enhancement, Pantheon Books, New York 2003; M. Sandel, What’s Wrong With Enhancement, al sito http://www.bioethcs.gov/background/sandelpaper.html Sul rapporto tra l’uso di droghe e l’ (ambivalente) aspirazione al perfezionamento umano richiamava già l’attenzione J.Passmore, The Perfectibility of Man, Duckworth, London 1970, pp. 315-319.
    • PCB, Beyond Therapy, cit., p. 127 e sgg.
    • A. Ehrenberg, Le culte de la performance, Calhman-Levy, Parigi 1999
    • R. Barthes, Miti d’oggi, cit., p. 111
    • Un modo per evitare questa deriva (un modo che tuttavia è anche una prova della non conclusività se non della vacuità degli appelli alla natura) consiste nell’usare in modo più estensivo la nozione di che cosa è naturale. Si potrebbe sostenere ad esempio che, avendoci la natura forniti di capacità inventive, tutto ciò che è prodotto di queste capacità è da considerarsi naturale. La scelta delle sostanze dopanti per il miglioramento delle prestazioni sportive non sarebbe in questo senso meno naturale della ricerca sui materiali per rendere sempre più leggeri i telai delle biciclette.
    • PCB, Beyond Therapy, cit., pp. 130-132
    • E. Capodacqua, Dall’EPO al GH: il ‘trattamento’ del ciclista, “La Repubblica”, 26.7.2007, p. 53
    • Sui rapporti tra tecniche di potenziamento e identità personale cfr. D. DeGrazia, Enhancement Technologies and Human Identity, in “Journal of Medical Philosophy”, 3, 2005, pp. 261-283 e idem, Human Identity and Bioethics, Cambridge University Press, New York 2005, pp.203-243.
    •  In prospettiva storico-intellettuale, sulla relazione tra biotecnologie e “invenzione” del corpo cfr. A. Santosuosso, Corpo e libertà. Una storia tra diritto e scienza, Raffaello Cortina, Milano 2004.
    • PCB, Beyond Therapy, cit., pp.143-151
    • Ivi, p. 145
    • E. Tenner, Our Own Devices. The Past and Future of Body Technology, A.A.Knopf, New York 2003
    • Emblematica di questa prospettiva bioconservatrice è la posizione dell’ex-Presidente del PCB,  L.R. Kass, La sfida della bioetica. La vita, la libertà e la difesa della dignità umana, Lindau, Torino 2007.
    • N. Bostrom, In difesa della dignità post-umana, in “Bioetica. Rivista interdisciplinare”, 4, 2005, pp. 33-46
    • F. Fukuyama, L’uomo oltre l’uomo. Le conseguenze della rivoluzione biotecnologica, Mondatori, Milano 2002, pp.177-242.
    • M.J. Sandel, The Case against Perfection, al sito http://web.mit.edu/writing/fee/2004_FEE_June_Readins.htm
    • PCB, Beyond Therapy, cit., pp. 137-139
    • R. Ferrero Camoletto, Oltre il limite. Il corpo tra sport estremi e fitness, Il Mulino, Bologna 2005, in partic. pp.129-163.
    • B. Foddy, J. Savulescu, Addiction and Autonomy. Can Addicted People Consent to the Prescription of Their Drug of Addiction?, in “Bioethics”, 1, 2006, pp. 1-15 e T. Duster, Droga: la legislazione della moralità, Giuffrè, Milano 1984
    • T.H. Murray, Drugs, Sports, and Ethics, in T.H. Murray, W Gaylin, R. Macklin, Feeling Good and Doing Better. Ethics and Nontherapeutic Drug Use, Humana Press, Clifton 1984, pp.107-126
    • E’ quanto sostiene in modo convincente, a proposito dell’uso in genere delle sostanze psicoattive, M. Verga, La droga espiatoria. Un’analisi critica del proibizionismo, Guerini, Milano 2004.
    • L. Grinspoon, J.B. Bakalar, Cocaina. A Drug and its Social Evolution, Basik Books, New York 1976, p. 199
    • Non diversamente da quella che sembra la soluzione più ragionevole – ispirata all’idea della minimizzazione dei danni - riguardo all’uso in genere di certe sostanze. Cfr., di nuovo, M. Verga, La droga espiatoria, cit., pp.269-289.
    • PCB, Beyond Therapy, cit., pp. 131-134; S.Garattini, Doping, sport e dintorni, al sito http://www.sissa.it/ilas/Jekill/n03/forum/forum_2.htm
    • O. O’Neill, Una questione di fiducia, Vita e Pensiero, Milano 2003, cap. 3
    • A. Savulescu, Justice, Fairness and Enhancement, “Annals of the New York Academy of Sciences”, 1, 2006, pp. 321-338
    • Un primo, interessante tentativo è svolto da A. Miah, Rethinking Enhancement in Sport, in “Annals of the New York Academy of Sciences”, 1, 2006, pp. 321-338.


    Articolo inserito il 13 novembre 2008 e letto 5797 volte

 
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