Sulle tracce di Matusalemme.

di Sergio Bartolommei

Bioetica

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Sulle tracce di Matusalemme.
Immortalismo, longevismo, bioetica

                                                                               Se gioventù sapesse, se vecchiaia potesse.
(Antico adagio popolare)
 
1. La realtà virtuale è una sorta di mondo parallelo con leggi fisiche sui generis con cui è possibile interagire senza essere fisicamente presenti. Le fantasie di immortalità degli umani, che presentano entrambe queste caratteristiche, sono forse la più antica delle realtà virtuali. Il desiderio di immortalità ha costituito per millenni l’aspirazione e il conforto di chi mai si è rassegnato alla inevitabilità (e alla paura) della morte, intesa come azzeramento di tutte le possibilità future di gratificazione. E’ l’espressione forse più radicale della propensione degli umani (“i mortali” per eccellenza) a simulare modi d’essere che oltrepassano i confini fisici e biologici assegnati dalla natura alla vita e alle capacità dei membri della nostra (come delle altre) specie di esperire ulteriori soddisfazioni. E’ una condizione spesso immaginata come sopravvivenza delle funzioni psichiche superiori, ma non di rado è stata raffigurata anche come dimora di “corpi senza età”, sottratti al deperimento fisico e psichico indotto dallo scorrere del tempo. In quest’ ultima direzione l’aspirazione all’immortalità si è concretizzata nella ricerca di prodigiosi rimedi all’invecchiamento, dalla mummificazione dei cadaveri alle “fontane dell’eterna giovinezza”, dai patti col demonio agli “elisir di lunga vita”. D’altra parte, proprio il carattere mitologico di queste soluzioni ha relegato il tema in una sorta di futurologia a buon mercato non meritevole di analisi filosofica.
La novità contemporanea è che l’impegno per l’immortalità sta cessando di essere un esercizio mentale di  qualche eccentrico personaggio o di élites intellettuali e religiose per diventare una prospettiva sorretta da strategie e strumenti bio-medici concreti e promettenti. Occorre certo intendersi sul significato da dare al concetto di immortalità. E’ opportuno al riguardo distinguere almeno due significati del termine, uno forte e l’altro debole. In  senso ‘forte’ “immortalità” è condizione stabile di vita perenne caratterizzata dalla conquista e abolizione della morte; nel suo senso debole, invece, è un’ idea o linea-guida – più sobriamente denominata longevismo -  che indica le crescenti, concrete possibilità di ritardare per un tempo illimitato la vecchiaia. Nel primo senso l’obbiettivo dell’immortalità appare ancora velleitario e irrealistico; nel secondo, al contrario, si sta rivelando una speranza realizzabile. C’è ragione di credere che grazie all’avvento di nuove conoscenze  e di nuovi strumenti biotecnologici si possa non solo estendere l’arco di vita medio (che attualmente in alcuni paesi occidentali, fra cui l’Italia, va da 0 a 80 anni), ma anche accrescerne in modo considerevole il valore massimo (da 80 a 1000 anni e oltre nelle prospettive dei più visionari). Se le ragioni (e le speranze) del ‘nuovo’ longevismo si affermeranno anche solo in parte, cambierà radicalmente la percezione che gli umani hanno di sé e del loro rapporto col mondo, fino a modificare in profondità lo stesso significato di cosa sia essere “umani”. Non è azzardato ipotizzare che si aprirà tra non molto una discussione se considerare o no i nostri discendenti come rappresentanti di una nuova specie. Essi non sarebbero più costretti a fare i conti con le deformità, le malattie e le disabilità connesse spesso alla senescenza, né dovrebbero indaffararsi a elaborare difese consolatorie contro la fugacità della vita. Il presente articolo è un primo, sintetico contributo volto a non farci trovare del tutto impreparati a quella discussione.

2. Dove trova alimento il nuovo longevismo? E’ stato ricordato che delle 150.000 persone che ogni giorno muoiono nel mondo, 100.000 “muoiono per un motivo per il quale i giovani non muoiono mai, vale a dire la vecchiaia” (De Grey,61). Ovviamente non possono essere sottovalutati i significativi traguardi sinora raggiunti dalle società occidentali in fatto di allungamento della durata della vita. L’età media di vita era in passato molto bassa: 20 anni nel Paleolitico, 28 all’epoca di Cristo, 30 intorno al 1820 in Europa e non più di 48 anni per gli uomini e 46 per le donne ai primi del Novecento negli Stati Uniti. A mantenerla a questi insoddisfacenti livelli erano come noto l’alto tasso di mortalità infantile, le malattie infettive, le morti violente, le carenze nell’igiene pubblica e privata, l’assenza di presidi sanitari efficaci, i bassi livelli di istruzione. Anche se le persone anziane non sono mai mancate in nessuna epoca, il numero di chi giungeva a superare gli 80 anni di età è stato invero esiguo fino a tutta la prima metà del ‘900. Grazie invece alla prevenzione delle malattie, alla riduzione dei rischi e alla rimozione delle cause di morte prematura, nella seconda metà dell’ultimo secolo l’età media della vita umana è passata, sempre negli Stati Uniti, agli attuali 74 anni per gli uomini e a 80 anni per le donne. In Italia, che ha il maggior numero di persone al mondo con 85 anni di età (la “quarta età”), gli over 65 costituiscono oggi il 19,8% della popolazione (contro l’8,3% del 1951) ed è prevedibile che saranno il 34,4% nel 2050.
Nonostante queste (e altre) conquiste che hanno quadruplicato l’aspettativa di vita dei contemporanei rispetto ai loro antenati del Paleolitico, c’è da dire che questi traguardi sembrano anche rappresentare le Colonne d’Ercole del longevismo. Nella misura in cui si continui a utilizzare solo le strategie tradizionalmente impiegate per il prolungamento della vita - quelle ispirate, grosso modo, alla lotta e prevenzione delle malattie - risulta difficile o impossibile estendere oltre significativamente l’arco di vita massimo sin qui raggiunto da alcuni (pochi) umani (120 anni circa). Il ritmo di invecchiamento della popolazione è rimasto infatti più o meno identico al passato, mentre il tetto massimo di longevità non è stato affatto modificato. Ancora oggi, cioè, non sono molti coloro che vivono più a lungo di quanto siano vissute le persone morte che avevano vissuto più a lungo dei loro contemporanei. Semmai – e questo certo non è un risultato di poco conto – sono molte di più del passato le persone che vivono più a lungo; ma ovviamente una cosa è impegnarsi ad aiutare ciascuno a raggiungere il tetto massimo dell’arco di vita standard, altra cosa è impegnarsi ad accrescere lo standard per un tempo considerevole e senza limiti prefissati.
Quest’ultimo e diverso obbiettivo sembra poter essere attinto solo ove si riesca a sostituire o integrare le vecchie e collaudate strategie per il prolungamento della vita con le nuove strategie biomolecolari vòlte a riparare, sostituire, rigenerare cellule, organi e tessuti. La ragione è presto detta. Se il ritmo di invecchiamento è rimasto identico rispetto al passato, ciò significa che non sono state ancora intaccate le cause che determinano il lento ma inesorabile accumulo dei danni a cui diamo il nome di “senescenza”. “Le cause per cui un individuo muore, col passare del tempo non variano di tipologia ma aumentano di probabilità; ciò fa pensare che sono le difese a venire sempre meno. Non si muore quindi di vecchiaia, ma perché, invecchiando, la capacità dell’organismo di affrontare le malattie diventa sempre più fiacca” (Boncinelli, Sciarretta, 2005, p.164). Ebbene, quest’ultima capacità risulta in gran parte iscritta nel genoma della specie, e il genoma di homo sapiens sapiens è rimasto tuttora inalterato: da qui l’immutata velocità di invecchiamento degli individui umani attraverso le generazioni nonostante le conquiste raggiunte ad ogni generazione. Le nuove strategie di rallentamento della senescenza, se vorranno essere efficaci, dovranno prevenire i danni genetici che si accumulano con l’età. Ciò comporta che si dovrà prestare molta più attenzione che in precedenza proprio al materiale cellulare e al funzionamento dei geni.
E’ in questa direzione che si muove ad esempio la “Strategia per una senescenza resa trascurabile” (cioè nell’assenza di ritmi percepibili) di Aubrey de Grey, il discusso biogerontologo di Harvard, secondo il quale l’invecchiamento consisterebbe nel lento e progressivo accumulo di mutamenti molecolari e cellulari che intervengono come effetti collaterali del normale metabolismo rendendoci, a partire dalla seconda metà dell’arco ‘naturale’ di vita, sempre più deboli ed esposti alle malattie. Tali mutamenti sarebbero però ciascuno, per il biogerontologo, suscettibili di riparazione. La senescenza non sarebbe più un dato naturale, governabile solo entro margini ristretti, ma una fase della vita sottoposta ad un controllo senza precedenti nei suoi processi biologici di fondo. “La mia filosofia – ha sostenuto al proposito de Grey - non è quella di interferire con il metabolismo. Io punto a rimediare alle conseguenze dannose del metabolismo stesso. L’organismo, quindi, dovrà essere attentamente riparato e sottoposto a manutenzioni regolari, non riprogrammato. E’ lo stesso approccio che applichiamo alla casa o a un’auto d’epoca. [..] Qui in Inghilterra ci sono molte auto ‘vintage’ vecchie di un secolo: non erano state progettate per durare tanto, eppure l’amore dei loro proprietari e tutto il lavoro a cui sono sottoposte le mantiene in vita, perfette” (De Grey, Int. 11.3.07). Lo scopo di questo approccio bio-ingegneristico non sarebbe tanto di ottenere un aumento del numero degli anni disponibili entro un ciclo di vita prefissato (poniamo da 80 anni – limite massimo medio attuale - a 150), bensì di realizzare un cambiamento profondo di questo stesso ciclo (spingendone il valore massimo finale a 1000 anni e oltre) . Con tesi come queste il nuovo longevismo si presenta come la frontiera forse più avanzata del nuovo movimento filosofico e intellettuale che prende il nome di “transumanesimo”. Alla base di quest’ultimo sta l’idea che la natura umana, così come l’abbiamo fino ad ora conosciuta e sperimentata, sia riuscita a esprimere solo una (minima) parte, e neppure la più significativa, delle sue potenzialità. L’allungamento della vita sarebbe il primo, indispensabile passo per accedere a tutta una serie di nuove opportunità con le quali sperimentare inediti modi di essere uomini o, più semplicemente, diventare individui post-umani.

3. Prescindiamo qui dalle questioni di fattibilità tecnica e dai presupposti epistemologici del programma longevista. Ciò che a noi interessa è chiedersi se, concesso si possa intervenire in futuro con efficacia e in sicurezza, con questi o altri mezzi, sui processi dell’invecchiamento per estendere in modo anche radicale la durata della vita vi siano o no obiezioni tali da pregiudicare la moralità del (nuovo) longevismo. Perché, detto sommariamente, sarebbe sbagliato rallentare (indefinitamente) la vecchiaia e rinviare la morte? In cosa consisterebbe, se c’è, l’errore di consentire a persone presentemente in vita di restarci il più a lungo possibile e in buona salute se lo desiderano? Nell’ articolo, che ha una finalità eminentemente critica e propedeutica, concentreremo la nostra attenzione, per ragioni di spazio, solo su quattro obiezioni di principio (anche se altre meriterebbero una più approfondita disamina), in quanto ci pare svolgano una funzione di tappo che pregiudica il decollo di una discussione pubblica spassionata sul nuovo longevismo.

3.1 Una prima obiezione fa riferimento a una distinzione invalsa nell’etica medica e in molti dibattiti bioetici contemporanei. E’ la distinzione tra obiettivi terapeutici e obiettivi migliorativi della medicina. Per obbiettivo terapeutico si intende ogni finalità di cura o riabilitazione di organi e funzioni di cui gli esseri umani sono normalmente dotati, ma che in alcuni individui si sono più o meno gravemente danneggiati; per obbiettivo migliorativo ogni finalità mirante a potenziare organi e capacità regolarmente funzionanti, ovvero a crearne di nuovi, mai prima posseduti e sperimentati. Tale distinzione avrebbe per alcuni interpreti anche un preciso valore morale: servirebbe a demarcare tra ciò che in medicina è lecito, doveroso e comunque giustificato fare  (aderire all’imperativo terapeutico e curare disfunzioni), e ciò che è futile, sospetto e comunque non giustificato fare (andare oltre la terapia e massimizzare le funzioni). Per le questioni che qui interessano si suole dire che mentre cercare di conservare la (residua) salute delle persone anziane è finalità buona e doverosa, ritardare la senescenza potenziando la salute è pretendere il meglio al posto del bene, e dunque impegnarsi in qualcosa di moralmente discutibile.
Prescindiamo in questa sede dall’analizzare il significato di espressioni assai controverse come “normale dotazione organica”, rinviando il lettore ad altre pubblicazioni. Ci limitiamo a rilevare alcuni limiti a nostro parere cruciali della tesi in discussione, e in particolare la crescente difficoltà di demarcare nettamente tra una dimensione propriamente terapeutica e una propriamente migliorativa della medicina.
In primo luogo ci sono difficoltà fattuali in gioco in questa tesi. La prima è che non sembra possibile, già nelle opinioni dei professionisti della sanità, identificare una classe di mezzi che siano, in assoluto o per propria natura, terapeutici. Per alcuni i farmaci sarebbero i veri candidati per la classe dei mezzi terapeutici, ma per altri le stesse condizioni di vita, il contesto ambientale, le misure igieniche, le diete alimentari e l’esercizio fisico possono altrettanto bene soddisfare le condizioni richieste di ciò che chiamiamo terapia. Anzi, in determinate circostanze, il miglioramento del proprio stile di vita si configura anche come la terapia più adeguata. Ciò significa che definire qualcosa come mezzo terapeutico (o non terapeutico) non dipende dalla supposta natura del mezzo, ma dalla specificità dei casi, dalle caratteristiche dei pazienti, dalle risorse a disposizione in un dato momento e soprattutto, come diremo tra un momento, dalle idee che si hanno di cura, salute e malattia.
Una seconda difficoltà fattuale riguarda la circolarità tra funzioni terapeutiche e migliorative. Una prima evidenza di ciò è che già la somministrazione di alcuni farmaci non si limita ad assecondare i processi fisiologici della guarigione, ma rafforza o migliora le capacità del corpo di combattere le infezioni accrescendo numero ed efficacia delle cosiddette difese naturali. Il gruppo di farmaci forse più rappresentativo di questo intreccio di finalità terapeutiche e migliorative è costituito dai vaccini. Con la vaccinazione il trattamento viene effettuato ancor prima che una patologia sia insorta e che qualcuno possa dirsi malato, mentre la terapia assume la forma di un rafforzamento preventivo delle capacità terapeutiche già insite nell’organismo. Curare, così, è indistinguibile dal prevenire e il prevenire è inseparabile dal migliorare. Una seconda prova della circolarità delle due funzioni è che, riguardo a molti presidi medici e farmacologici, le stesse procedure e gli stessi strumenti possono servire per soddisfare entrambe le finalità, terapeutica e migliorativa. Basti pensare da una parte all’uso attuale delle tecniche di fecondazione assistita, presentate sia come terapia per la cura della sterilità che come tecniche atte a potenziare le capacità riproduttive umane; dall’altra parte a farmaci come il Prozac o il Ritalin che possono servire indistintamente sia a curare depressioni e contenere eccessi d’ansia, sia a potenziare capacità normalmente funzionanti come attenzione, apprendimento e concentrazione.
A questo tipo di osservazioni si potrebbe replicare che le questioni (di fatto) della identificazione dei mezzi terapeutici e della (tendenziale) equivalenza tra questi ultimi e quelli migliorativi non pregiudica la questione (di diritto) della destinazione d’uso (i fini) di tali mezzi. In altre parole si potrebbe accogliere l’idea di una fondamentale sovrapponibilità tra mezzi di un tipo e dell’altro e nello stesso tempo scegliere di impiegarli solo per certi scopi (ristabilire la salute) e non per altri (potenziare le capacità e accrescere le prestazioni). Il limite di questa replica è che sottende esista un significato univoco, oggettivo e assoluto di cosa sia salute, cura e malattia, e che – identificato questo significato – sia poi possibile dedurre da esso un consenso unanime intorno a valori condivisi circa la destinazione d’uso dei mezzi tecnicamente disponibili. Entrambe queste idee sollevano però varie perplessità.
Al proposito è opportuno richiamare la celebre (ri)definizione di “salute” che l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) aveva proposto nel lontano 1948 suggerendo che per salute non si dovesse intendere la mera assenza di malattia, ma uno “stato di completo benessere fisico, mentale e sociale”. Con questa definizione l’OMS introduceva due importanti novità. In primo luogo metteva in evidenza che anche volendo conservare un concetto di medicina come cura e ripristino di funzioni danneggiate, una cosa è far dipendere i concetti di salute, cura e malattia da standard misurabili e oggettivi, altra cosa è collegare questi concetti all’idea che i soggetti coinvolti hanno di sé e dei loro interessi. Mentre nel caso di (presunti) standard oggettivi sono gli “esperti” a stabilire cosa sia salute e cura e cosa significhi ripristinare la “norma”, nel secondo caso sono invece i desideri e le percezioni dei pazienti a definire cosa è benessere e malessere. In secondo luogo la nuova definizione lanciava una sfida ancora più radicale alla medicina del tempo perché preconizzava (e legittimava) la possibilità che gli interessi e le preferenze dei pazienti, divenuti ora prioritari, avrebbero potuto anche entrare in conflitto con la stessa concezione della medicina come mera attività di conservazione o ripristino della funzionalità organica. Il caso della “disforia di genere” - il sentimento cioè di una incongruenza tra il genere sessuale di appartenenza e l’immagine di sé dei soggetti interessati - è uno di quei casi che dimostrano la plausibilità di quanto appena detto. Per quanto possa sembrare paradossale, esso testimonia la desiderabilità di stati ritenuti comunemente estranei (o incompatibili) coi “normali” paradigmi di salute e la indesiderabilità di condizioni ritenute convenzionalmente nella norma.
Facendo proprio il nuovo e più esteso concetto di salute dell’OMS la medicina contemporanea ha già visto di fatto dilatare i suoi compiti e le sue finalità. Oltre a una medicina più propriamente curativa, o riparatrice, si è venuta consolidando una medicina migliorativa o rigeneratrice, spesso liquidata dai suoi detrattori con la formula sprezzante di ‘medicina del desiderio’. A questo nuovo genere appartengono la medicina dello sport, la chirurgia estetica, la neonata nutraceutica (che studia e predispone alimenti in grado di apportare benefici alla salute ben oltre la mera funzione nutrizionale dei cibi), ma anche pratiche come l’aiuto al parto, la raccolta di oociti e di liquido seminale, la ricerca sulle cellule staminali a scopi non terapeutici. Tutte queste pratiche e discipline sono sorte con lo scopo di intervenire sui processi fisiologici della vita umana non (solo) per ripristinare o surrogare organi e funzioni danneggiate, ma per incrementare prestazioni e capacità normalmente possedute, sane e funzionanti. E’ ragionevole supporre che le nuove strategie anti-aging rientrino a pieno titolo in queste nuove e più estese funzioni della medicina. Può essere che solo potenziando la salute e rallentando indefinitamente la senescenza si possa prevenire o eliminare l’insorgere di patologie sinora ritenute ‘naturali’ e ineluttabili, come – per fare solo due esempi -  la perdita di densità della massa ossea nelle donne in epoca postmenopausale o l’ipertrofia prostatica negli uomini che abbiano superato i 60 anni. Non è affatto chiaro perché queste soluzioni attuate a scopo migliorativo o di potenziamento e prima dell’insorgere di patologie dovrebbero essere considerate opzioni moralmente illecite rispetto a farmaci e sostanze somministrati a scopo curativo e dopo che le patologie si siano manifestate. A pensarci bene, l’onere della prova dovrebbe ricadere non su chi propone il nuovo tipo di interventi, ma su chi ritiene che si debba assolutamente scongiurare come intrinsecamente negativa l’eventualità di andare “oltre la terapia”.
I tentativi di salvaguardare la distinzione tra dimensione terapeutica e migliorativa e, sulla sua base, discernere tra lecito e illecito, mostrano infine i loro limiti anche da un altro punto di vista. Chi opta per la liceità degli interventi terapeutici e l’illiceità dei miglioramenti tende a ridurre la questione del longevismo a una dimensione strettamente medica e di pertinenza decisionale dei medici. Per questi interpreti le questioni bioetiche della modificazione dei corpi sono riducibili a questioni di tecnica medica e le scelte in merito dovrebbero rimanere appannaggio dei professionisti del sistema sanitario. Si trascura così di considerare, tuttavia, che le ragioni del longevismo, come aspirazione umana a oltrepassare i limiti della condizione biologica data, vanno ben oltre le ragioni meramente mediche che gli individui hanno per agire. Corpi modificati per prevenire o annullare i colpi dell’invecchiamento, capacità cognitive potenziate, una memoria più acuta, percezioni sensoriali accresciute, prestazioni fisiche superiori, ecc. ecc.: queste aspirazioni hanno poco o solo indirettamente a che fare con la medicina e riguardano piuttosto (comunque poi li si valutino) gli ideali complessivi di umano miglioramento e perfezionamento. Per un aspetto importante questi ideali sono legati – come diremo meglio in conclusione – al diritto (morale) degli individui alla libera costruzione della propria personalità o, come altri affermano, alla “libertà morfologica”, intesa come possibilità di accesso alle risorse che consentono di plasmare la propria vita, nella sua dimensione fisica e mentale, in base ai propri piani fintanto che ciò non rechi danno ad altri. Se questo è vero è riduttivo pensare che le cose che uomini e donne sarebbero disposti a fare su di sé e sui propri corpi per rallentare la senescenza siano fatte esclusivamente per “curarsi”. Le nuove tecnologie biomolecolari anti-aging vengono incontro al ricorrente tentativo di abbandonare i panni della condizione umana quale fino a qui noi abbiamo conosciuto. Esse possono aiutare gli individui a fare sì che i sogni utopici di “corpi senza età” diventino, almeno in parte, realtà e a sperimentare così nuove e più appaganti modalità di esistenza. Sarebbe pertanto fuorviante pretendere di inquadrare e esaurire il dibattito sul longevismo entro l’alternativa tra medicina “terapeutica” e “non terapeutica”, quasi che l’esercizio della libertà morfologica sia autorizzato solo in presenza e per la cura delle malattie, e non anche in base all’esigenza di ciascuno di esprimersi e progredire nella sua vita secondo i suoi personali piani e valori.

3.2 Una seconda obiezione al longevismo attinge al deposito del senso comune e riguarda la ‘stranezza’ o bizzarria che sarebbe sottesa ad alcune idee del programma longevista. Una vita vissuta a rimuovere l’invecchiamento, si osserva, è una vita vissuta a opporsi ai vincoli della mortalità. Questa ossessione anti-mortalista ci sospingerebbe lungo un pendio scivoloso lungo il quale stanno idee “assurde” o controintuitive come quella che la morte, ben lungi dall’essere qualcosa di inevitabile, è piuttosto simile a cose come il morbillo o la pertosse, cioè malattie scongiurabili con specifici rimedi. Proprio l’idea che la morte sia solo uno dei tanti problemi da risolvere renderebbe assurda e risibile tutta quanta l’impresa longevista.
Riguardo a questa obiezione occorre dire che l’immortalità come rallentamento considerevole della vecchiaia non dovrebbe apparirci un’idea più strana e controintuitiva di quanto doveva apparire l’ipotesi (oggi verificata) di prolungare a 80-90 anni la vita media delle persone a chi vi rifletteva mentre si trovava a vivere in un’epoca (neppure troppo remota) in cui solo una persona su cinque sopravviveva alla nascita e dieci su dodici morivano entro i primi dieci anni di vita. Oggi noi giudichiamo con un misto di meraviglia e di commiserazione le opinioni di chi in passato considerava una risibile leggenda voler superare il limite medio dell’arco di vita sin lì raggiunto. E’ ragionevole pensare che in un prossimo futuro l’attuale impressione di stranezza nei riguardi delle nuove tesi longeviste possa apparire solo come un auto-inganno, la razionalizzazione di una condizione amara e intollerabile quale è quella di dover concludere prematuramente, e in condizioni spesso degradanti, l’avventura dell’esistenza. L’obiezione di stranezza o bizzarria avrebbe una sua validità nel caso fossimo oggi completamente privi degli strumenti per intervenire sui meccanismi biologici della senescenza e rallentare sensibilmente il processo del morire. In questo caso sarebbe giustificata la tesi di certi critici del neo-longevismo secondo cui ci dovremmo accontentare dei traguardi già raggiunti avendo ottenuto tutto quello che in date circostanze è possibile ottenere. Nella misura invece in cui di questi strumenti si comincia a disporre, a risultare strano e incomprensibile (e forse anche moralmente inaccettabile) è il rifiuto o l’indugio nell’utilizzarli con l’idea che ciò che abbiamo ottenuto sia già “abbastanza”. Non utilizzarli potrebbe equivalere a un ingiustificato attaccamento allo status quo, e l’insistenza sul carattere naturale e inaggirabile della morte sarebbe assimilabile, in presenza di alternative praticabili, a un imperdonabile invito a rassegnarsi. Il ‘tirare a campare’ priverebbe di ampi benefici le persone attuali che grazie alle applicazioni delle nuove strategie biomolecolari potrebbero non vedersi più costrette ad abbandonare il teatro della vita proprio quando comincia a essere raggiunta – dal punto di vista delle competenze affettive, cognitive e relazionali di ciascuno – una adeguata esperienza delle cose del mondo. C’è dunque da osservare, concludendo su questo punto, che nel caso di un allungamento considerevole, in un prossimo futuro, degli anni di vita da vivere in piena salute e attività, il ‘pendio scivoloso’ che si teme porti l’umanità a familiarizzarsi pericolosamente con l’idea di immortalità potrebbe rivelarsi, piuttosto che un amaro calice da bere, un tragitto da percorrere con entusiasmo e il più rapidamente possibile una volta garantitone fattibilità e sicurezza.

3.3 Il guaio, si ribatte, è però che, giunta al punto di considerare l’invecchiamento e la morte come forme qualsiasi di malattia e di imperfezione (e in quanto tali ‘gestibili’), l’umanità finirebbe per smarrire il senso del limite. Nella prospettiva di una morte progressivamente addomesticabile l’ultima barriera dell’hybris verrebbe travolta e l’umanità, fattasi recalcitrante e ostile all’idea stessa di avere dei limiti, sarebbe misura a se stessa e vedrebbe degradata la “dignità” della propria “natura”. Questa obiezione recita che l’accettazione della vecchiaia e della morte come limiti invalicabili sarebbe essenziale a ciò che ci fa essere “autenticamente umani” (“E’ la morte che dà senso alla vita”, si sente spesso ripetere). Senza l’eventualità della vecchiaia e della morte la vita umana cesserebbe di misurarsi con una realtà  che si sottrae al suo controllo e, sottraendosi, restituisce agli individui il senso autentico della loro identità e della loro presenza nel mondo. La dignità o eccellenza dell’uomo consisterebbe bensì nel suo continuo e rinnovato tentativo di perfezionarsi, ma entro precise e prefissate cornici di senso: la nascita, l’invecchiamento e la morte come impalcatura naturale indisponibile.

3.3.1 L’obiezione che stiamo discutendo, che possiamo per brevità indicare come l’ obiezione della ‘cornice’, può assumere varie versioni. In una prima versione essa si richiama genericamente alla teoria evoluzionistica. La vita umana – si osserva - ha fatto la sua comparsa entro una storia evolutiva che ha come suo ineliminabile presupposto il ciclo anch’esso selettivo di infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia e morte dei singoli individui. Violare o anche solo alterare questo ciclo è come trasgredire le leggi dell’evoluzione, sovvertire il “normale funzionamento della specie” e perturbare l’ordine della natura.
A questo tipo di osservazioni non è difficile replicare, alla vecchia maniera di Hume, che gli uomini hanno sempre cercato (con le risorse della medicina, dell’igiene, della farmacologia e con la qualità dell’alimentazione) di allungare la loro permanenza nel mondo forzando per così dire le pareti delle età della vita e provocando quindi sempre un qualche turbamento degli equilibri dell’evoluzione: agli occhi degli abitanti del Paleolitico non vi è dubbio che noi saremmo già creature post- o contro-evolutive. E tuttavia la storia effettiva di homo sapiens è consistita proprio nell’evitare di moralizzare eccessivamente la cosiddetta “realtà esterna” e nel sottrarre di continuo spazio al caso e al mistero per accrescere  il controllo sui processi naturali. La tanto deprecata “brama di immortalità” degli umani, intesa nel senso debole di rallentamento della senescenza e di lotta contro le morti impreviste e premature, è stata forse la punta di diamante di questa strategia. La prospettiva odierna di un’ ulteriore estensione della vita con l’uso di metodologie biomolecolari risulterebbe impresa azzardata – prima ancora che moralmente discutibile - ove si desse un limite empirico inespugnabile che scoraggi dal forzare ulteriormente il confine delle età della vita e dal modificare più di tanto gli equilibri biologici. Sembra però che questo limite, spostato di continuo, stia diventando quasi evanescente. L’evoluzione della specie umana, dei suoi materiali biologici e delle sue concrete modalità di esistenza è ormai essa stessa un prodotto della riprogrammazione umana. Non sembra più possibile ricavare da come le cose sono evolutivamente andate fino a qui indicazioni perspicue, già dal punto di vista empirico, sulla direzione che l’evoluzione della nostra specie potrà prendere in futuro.
E’ peraltro ragionevole supporre che, nulla sfuggendo in questo mondo alle leggi dell’evoluzione, la stessa ipotizzata estensione indefinita della vita umana sia essa stessa un portato naturale della storia di homo sapiens sapiens con cui questi sperimenta nuove chances evolutive e nuove dimensioni dell’identità. In fondo la pluralità dei modi di stare al mondo e l’ esistenza di una molteplicità di “nature” non è una prerogativa futuribile dei membri della nostra specie: “un segnale che emerge con forza dalla documentazione fossile sugli ominidi è quello della sperimentazione evolutiva: l’emergere e lo scomparire di molteplici specie [almeno venti], ciascuna delle quali esplorava attivamente uno dei possibili modi – evidentemente molti – di essere ominidi” (Tattersall, Micromega, 40). Se questo vale per le specie di ominidi apparse nell’arco di sei milioni di anni, è plausibile pensare che il tentativo odierno di ritardare la senescenza con tecniche biomolecolari altro non sia che un mezzo, questa volta consapevole, intenzionale e programmatico, di sperimentare, da parte degli ultimi discendenti degli ominidi (che abitano il pianeta da non più di mezzo milione di anni), una pluralità di modi di essere uomini. Per il passato non è possibile accertare se la sopravvivenza di homo sapiens sia stata un evento necessario dovuto a una sua intrinseca superiore capacità di adattamento o se la storia avrebbe potuto prendere anche altre direzioni. Parimenti oggi, considerate le nuove possibilità di riprogrammare la nostra natura biologica, non c’è ragione di pensare che dagli uomini come li conosciamo debba necessariamente derivare la ‘solita’ specie per la quale l’invecchiamento continuerebbe a essere un fatto in aggirabile. E’ invece plausibile ipotizzare che ne possano scaturire nuovi tipi umani che guardino alla vecchiaia (e forse anche alla morte) come ad un effetto collaterale indesiderato della storia evolutiva.
D’altro canto, ammesso che un limite fattuale naturale all’estensione della vita possa anche essere individuato, occorrerebbe poi chiedersi– ed è questa la domanda che più a noi interessa - se questo limite costituisca anche una norma moralmente vincolante. Per rispondere affermativamente a questa domanda non basta dire che la vecchiaia, col suo carico di deficit e sofferenze, fa parte del “normale funzionamento della specie” come determinato dalle leggi dell’evoluzione. Molte cose – dal vaiolo alla peste, dallo scorbuto alle morti per setticemia delle puerpere – hanno fatto per (troppo) lungo tempo parte del normale funzionamento della specie. Sappiamo però che non è sufficiente che un certo corso di cose sia evolutivamente iscritto nelle nostre abitudini per essere moralmente giustificato. La stessa idea di “funzionamento normale”, come le idee strettamente connesse di salute e malattia, sono andate incontro a continue revisioni in base al mutamento dei contesti culturali e all’aumento delle possibilità di scelta legate al miglioramento degli stili di vita e all’avanzamento delle conoscenze mediche e farmacologiche. Già l’attuale attività diagnostica e terapeutica in geriatria contrasta nettamente con l’idea di una normatività morale intrinseca delle età della vita. Nessuno opterebbe in nome di un presunto “normale funzionamento della specie” per far mancare le cure usualmente prestate alle persone anziane che, dal canto loro, non vengono accusate di ‘egoismo’ antievolutivo se rivendicano per sé e come atti dovuti quelle cure. Parimenti, di fronte alle nuove strategie che mirano ad accrescere le aspettative di vita in condizioni più che decorose, le persone che intenderanno accedervi non potranno essere rimproverate di ‘sciovinismo’ generazionale disadattivo. Al contrario, di fronte alle nuove chances, la richiesta che venisse rivolta a queste persone di desistere da ulteriori  tentativi di procrastinare la morte per non alterare il “normale funzionamento della specie” verrebbe letta come un minaccioso e intollerabile invito a uscire prematuramente dalla vita e concludere la propria esistenza anche contro il proprio volere.
Ciò non significa ovviamente che non occorra tenere in attenta considerazione tutta una serie di misure prudenziali che riguardano, come più volte detto, fattibilità e sicurezza dei nuovi interventi anti-aging. Come è stato osservato “le cellule sono dotate di molteplici sistemi di protezione che si oppongono a ogni intrusione. Inoltre, ogni funzione biologica è strettamente controllata e interconnessa con altre funzionalità, in un complesso sistema di delicati equilibri. …Questo mirabile esempio di complessità organizzata è stato generato…da una lunghissima successione di mutazioni casuali: non possiamo pretendere che risulti pensato in vista della manutenzione da parte di terzi!” (Boncinelli, 151). Tuttavia una volta che questo tipo di problemi fosse risolto e superato, la domanda in gioco non sarebbe più se l’aspirazione a rallentare la senescenza tradisca o no una assurda pretesa umana di scavalcare le leggi dell’evoluzione; la domanda pertinente sarebbe se sia o no un dovere morale ridurre il carico di dolore, inestetismi, deformità e disabilità che perlopiù accompagnano, immiserendola e deturpandola, la vecchiaia (di molti) degli attuali membri della nostra specie (Bobbio).
A orientare in senso affermativo la risposta a questa domanda sta un’ ultima considerazione. Incrementare le chances di vita degli umani per un tempo indefinito e in condizioni di salute sembra essere un mezzo per adempiere, e non già per disattendere, gli obblighi legati al rispetto della “dignità umana”. Quello di “dignità” o è un concetto di natura metafisica, legato a proprietà ‘profonde’ ed essenziali della “natura umana”, oppure è collegato a una serie di capacità e di tratti – come le capacità di “moral agency”, di autorealizzazione e di autoperfezionamento – appartenenti a individui in carne ed ossa. Nella misura in cui designa una proprietà metafisica esso è indipendente da una particolare e contingente configurazione evolutiva dell’arco di vita e dalla morfologia degli esseri umani. Non sembra plausibile, da un punto di vista metafisico, ancorare a una particolare configurazione morfologica o temporale della “natura umana” l’attributo della “dignità” più di quanto lo sia ancorare la “dignità” al colore della pelle, all’altezza degli occhi o alla posizione del bacino. In quanto proprietà metafisica, la “dignità umana” non si perde e non si guadagna, non si scalfisce né si conserva intervenendo sulle caratteristiche bio-chimiche che condizionano la durata della vita. Come il fatto di avere oggi una durata media della vita quadruplicata rispetto ai nostri antenati del Paleolitico non conferisce loro una qualità morale (una “dignità”) superiore o inferiore alla nostra, così un rallentamento della senescenza non renderà gli individui ‘prolungati’ del futuro dotati di una “dignità” maggiore o minore rispetto a quella di noi contemporanei. D’altra parte, nella misura in cui la “dignità” non contrassegna una proprietà metafisica, ma caratteristiche empiriche come l’esercizio dell’autonomia morale e le capacità creative di individui in carne ed ossa, le strategie di allungamento della vita offrono maggiori opportunità di accrescere e migliorare questi tratti. E’ del tutto compatibile con la “dignità” liberarsi da invalidità, malattie e caducità moltiplicando le occasioni di esercizio della responsabilità morale nella direzione del libero e progressivo sviluppo di sé e delle proprie facoltà. Se ne deve concludere che in entrambe le accezioni di “dignità umana”, la questione se essa sia o no compatibile con l’allungamento della vita si colloca su un piano logicamente indipendente rispetto a stabilire quando l’evoluzione abbia fissato le scadenze dell’orologio biologico dei viventi.

3.3.2 La seconda versione dell’obiezione della cornice è l’argomento della sinfonia. In base ad esso si sostiene che l’arco vitale è una successione canonica di parti distinte (infanzia, adolescenza, maturità, vecchiaia e morte) il cui significato e la cui coerenza sono dati proprio dall’ordine temporale delle singole parti, al pari di una sinfonia che acquista senso solo attraverso l’esecuzione successiva dei movimenti che la costituiscono. L’invecchiamento, e l’impressione che spesso gli si accompagna di essere come ‘esausti’ e ‘consumati’, sarebbero il segno della raggiunta “pienezza” o “compimento” dell’esistenza. Rinviare o mancare l’invecchiamento porterebbe ad alterare il senso complessivo che fa della vita “una vita autenticamente umana”, così come una esecuzione che non rispetti la successione dei movimenti – compreso quello finale - rende improprio parlare di sinfonia.
Merita intanto sottolineare che l’obiezione che stiamo discutendo sottende un vizio concettuale. Nel momento in cui stabilisce che una “vita autenticamente umana” è il tipo di vita che viene realizzato unicamente rispettando le sequenze temporali date dell’arco di vita standard degli umani confonde due significati dell’espressione “vita umana”. I due significati riguardano, rispettivamente, una questione di fatto e un’opzione di valore. La questione di fatto – enunciata nell’espressione “vita umana” -  concerne l’appartenenza degli uomini a una classe (biologica) di esseri i cui membri hanno sinora conosciuto un certo ciclo di vita; l’opzione di valore – enunciata nell’espressione “vita autenticamente umana” – concerne i requisiti che fanno di una vita umana una vita dotata anche di “umanità”, vale a dire di caratteristiche moralmente apprezzabili. Le due espressioni (e i due significati) sono e devono rimanere logicamente distinti. Si può avere “vita autenticamente umana” (dotata cioè di “umanità”) anche se essa prescinde, dal punto di vista fattuale, dalle sequenze temporali in cui è stata suddivisa canonicamente la vita umana; correlativamente si può avere una vita “umanamente” mediocre o deprecabile (nel senso di priva di caratteristiche morali positive o contrassegnata da tratti morali ripugnanti) anche se a esserne attori e protagonisti sono esseri umani con un ciclo di vita canonico e predeterminato alla nascita. Nell’essere un “essere umano con un ciclo di vita predeterminato alla nascita” non c’è alcun valore morale intrinseco (come non ce n’è, peraltro, già nel semplice essere un “essere umano”, considerati i molti e ambivalenti tratti che ci caratterizzano). Il valore morale di una vita va cercato non nelle appartenenze di specie e nelle astratte catalogazioni delle età della vita, ma nelle caratteristiche legate ai modi coi quali conduciamo le nostre vite e in ciò che concretamente facciamo o non facciamo a noi stessi, ai nostri simili e agli altri esseri senzienti. Tenendo distinti i due significati dell’espressione “vita umana” si può apprezzare meglio l’idea che non c’è affatto bisogno, o comunque non è sufficiente, “essere umani” per essere “dotati di umanità”. Utilizzando le tecniche di prolungamento della vita si potrà diventare “post-umani” e tuttavia continuare a costruire sinfonie della vita ricche di significati moralmente positivi.
Ma l’obiezione che stiamo discutendo incorre in una seconda fallacia. Essa assume che esista una “sinfonia della vita umana” come partitura astratta e generale, e che la vita umana abbia un significato o contenuto normativo impersonale intrinseco. Tale significato coinciderebbe con una certa (prefissata) successione temporale delle sue fasi per cui modificarne anche una sola significherebbe pregiudicare o annullare il senso normativamente umano in esse iscritto (basti di nuovo pensare alla tesi che “è la morte a dare un senso alla vita”, quasi che morire, di per sé, sia un fatto moralmente significativo). E’ difficile tuttavia credere all’esistenza di un tale univoco e generale “senso della vita” sovraordinato alla capacità delle persone di desiderare e scegliere autonomamente gli scopi concreti per cui impegnarsi. La vita (come la morte), di per sé, non è il tipo di entità in grado di fissare scopi e di indicare obiettivi di senso. Tanto meno la sequenza vuota e formale delle età della vita come sinora sperimentata sembra in grado di suggerire contenuti normativi concreti e scelte responsabili riguardo al tipo di sinfonia che ciascuno può voler comporre. Più plausibile è pensare che le persone, ben lungi dall’ estrarre il senso della vita da una lista fissa di soluzioni preconfezionate, cerchino ciascuna entro le proprie vite degli scopi precisi e concreti scegliendo i quali possono soddisfare le proprie esigenze e i propri desideri. In altre parole sembra che ciascuno intanto possa suonare una sinfonia autentica – cioè unica e irripetibile – quanto più riesca a fare oggetto delle proprie scelte responsabili e informate le questioni connesse alla lunghezza e qualità della propria vita (e quelle, correlate, circa modalità e tempi della propria morte).. L’allungamento dell’aspettativa di vita per un tempo non predeterminato alla nascita accresce quella che è stata definita la “libertà morfologica” degli umani. Si tratta della libertà di disporre del proprio corpo rendendo sempre più suscettibili di scelta e conformi ai propri piani di vita tempi, contenuti e modalità sia del vivere che del morire. Moltiplicare le occasioni formative per dare senso alla propria vita, così come avere più sensi da dare alla vita, ha come condizione preliminare la possibilità di prolungare la propria esistenza psico-fisica e sottrarre alla morte il suo carattere spesso prematuro e imprevedibile. Esseri umani finiti, pur avendo nel cassetto gli spartiti di ambiziose sinfonie, a causa della loro stessa finitezza devono rinunciare ai loro programmi, optare per composizioni più effimere, oppure rassegnarsi a non vederli pienamente realizzati. La possibilità di avere molto più tempo a disposizione sia per scegliere la sinfonia più appropriata al proprio “io incarnato” che per incrementare la gamma delle sinfonie da scegliere consentirebbe di accedere nel corso della propria esistenza a esperienze più gratificanti e variegate di quelle accessibili durante il corso di una vita che a molti ancora risulta, per usare la celebre immagine di Hobbes, troppo “crudele, brutale e corta”.

4. Una quarta obiezione, infine, fa leva sul grave paradosso – esemplificato già in epoca classica nel mito di Titone - in cui incorrerebbe qualunque progetto di allungamento indeterminato della vita. Eos, essendosi innamorata di questo giovane guerriero, era riuscita a ottenerne da Zeus l’immortalità. Eos si era tuttavia dimenticata di chiedere per l’amato anche un altro dono, l’eterna giovinezza. Titone si era trasformato così col tempo in un vecchio dall’aspetto rinsecchito destinato a trascinarsi in eterno in simili avvilenti condizioni fino a che Eos stessa, stanca di lui, lo aveva trasformato in cicala. Fuori del mito l’obiezione suggerisce che non è tanto il prolungamento degli anni della vita, di per sé, ad avere valore, quanto la qualità che gli anni che si vengono ad aggiungere alla vita hanno per chi li  vive. A guardar bene è una obiezione più di carattere prudenziale che di principio, in quanto rifiuta l’idea di una bontà o sacralità intrinseca (della durata) della vita umana e mette piuttosto in luce come, ad esempio, un basso livello di  vigore fisico e intellettuale dei ‘prolungati’ potrebbe avere come effetto probabile la trasformazione della società in una gigantesca e spettrale “Casa dei risvegli”. Se alla possibilità di allungare gli anni di vita non corrispondesse un’identica e accresciuta capacità – come talvolta oggi si usa dire – di dare vita agli anni, le nuove tecnologie potrebbero servire solo a moltiplicare il numero delle persone ridotte allo stato vegetativo (nel quale versano ad esempio molti malati affetti da morbo di Alzheimer) per periodi enormemente più lunghi e assai più degradanti di quelli odierni. E’ questa come noto una delle nuove e inquietanti circostanze contemporanee del morire, rese possibili proprio dagli sviluppi della biomedicina mirati a prolungare la vita in condizioni artificiali. Sono queste nuove circostanze che spiegano l’intensificarsi ai giorni nostri dei dibattiti sulle scelte di fine vita e sulla liceità di interrompere le cure e le misure di sostegno vitale quando queste si configurino solo come un modo di perpetuare nel tempo processi meramente biologici in situazioni così psicologicamente e moralmente intollerabili per i pazienti da far sembrare loro la morte il minore dei mali. Il longevismo, ridotto a prolunghismo, estensione meramente quantitativa della vita, sortirebbe il paradossale effetto - così conclude l’obiezione - di accrescere proprio le richieste di morte e di uscita anticipata dalla vita che vorrebbe scongiurare.
A questa obiezione non è difficile tuttavia replicare che le strategie bio-molecolari di allungamento della vita hanno come scopo non solo, o non tanto, di aggiungere anni (e, nella prospettiva dei più entusiasti, secoli!) all’esistenza umana, quanto e soprattutto di incidere alla radice sui fattori che determinano l’assottigliamento delle capacità fisiche e psichiche tradizionalmente connesso alla senescenza (dalla riduzione della forza muscolare alla perdita della memoria, per citare solo due di queste ambite capacità). Alla base del nuovo longevismo sta l’intuizione, come abbiamo visto, che il decadimento senile non è un destino inaggirabile, ma il prodotto di un lento accumulo di danni molecolari e cellulari che – nell’ottica di un De Grey – possono essere, ciascuno, corretto, prevenuto o aggirato. Il desiderio di corpi senza età, entro questa ottica di ingegneria rigenerativa, implica la possibilità di perseguire non solo vite più lunghe, ma anche vite che rimangano in salute e vigorose molto più a lungo. Ai longevisti, si potrebbe dire con una formula familiare nella bioetica contemporanea, non interessa tanto rallentare l’invecchiamento degli umani come viventi biologici, ma come soggetti biografici o persone. In questo senso sono essi i primi a rigettare soluzioni meramente ‘prolunghiste’ come fu quella sperimentata su Titone: insistono sul dovere di allungare vite degne di essere vissute, ovvero massimamente libere dalle sofferenze e dalle deformità imposte dalla caducità dei corpi, piuttosto che sul perseguire l’astratto e vuoto obbiettivo di un incremento meramente quantitativo degli anni di vita.

5. Conclusioni. La morte è un danno la cui entità va messa in relazione col numero e la varietà di opportunità di gratificazioni che preclude: più la vita è interrotta anzitempo, più il danno è maggiore. Si è ricordato al punto 2 di questo articolo che il 75% delle morti che si verificano ogni giorno nel mondo ha per causa i danni accumulati con la senescenza. Occorre chiedersi se questo sia un dato naturale e immodificabile, oppure se vi sia la possibilità di estendere anche considerevolmente la durata della vita umana e ridurre significativamente il numero di queste morti. Nel primo caso non resterebbe che rassegnarsi di fronte a una realtà indisponibile, impegnandosi tutt’al più, e certo più di quanto non sia accaduto finora, ad accrescere i mezzi e le modalità per favorire morti più dolci, o meno dolorose e traumatiche, di quelle che continuano a verificarsi quotidianamente nel mondo. Nel secondo caso occorrerebbe invece chiedersi se non sia un obbligo morale fare il possibile per allungare la vita e rallentare la senescenza.
Le obiezioni di principio qui esaminate, con le quali si cerca di fissare dei limiti preventivi agli obiettivi che in materia sarebbe lecito perseguire, non riescono ad entrare nel merito di questa discussione. Sono tutte ispirate al timore che con le nuove tecnologie biomolecolari di allungamento della vita si possa trasformare l’immagine tradizionale di cosa sia “essere umani”. Una definizione non vacua della “natura umana” – ammesso sia utile tentarla - dovrebbe scaturire da una ricognizione empirica delle nuove possibilità tecniche e scientifiche di riprogrammazione del vivente. Al contrario le obiezioni di principio definiscono “natura umana” una certa configurazione storica e morfologica di quest’ultima e stabiliscono come criterio discriminante per l’accettazione delle nuove scoperte e conoscenze che esse siano conformi alla definizione data. Questa immagine prefissata e essaenzialistica impedisce però di cogliere a nostro parere  gli aspetti moralmente meno controversi del progetto di allungamento delle vite umane. Ove si prescinda dagli aspetti di più spiccata visionarietà utopica, è difficile negare al neo-longevismo la ragionevolezza della sua sfida ad alcune delle certezze più accreditate in fatto di invecchiamento e morte degli umani. Aubrey de Grey ha scritto che un “argomento generale per cui siamo moralmente obbligati a rimandare l’invecchiamento il più possibile, al più presto possibile, è quello che si basa sul semplice senso delle proporzioni. Non c’è nessuna differenza tra salvare la vita e prolungare la vita, perché in fondo che cosa significa salvare la vita se non dare a una persona la possibilità di vivere più a lungo di quanto sarebbe altrimenti vissuta?”. Se questo è, come crediamo, un argomento in gran parte razionalmente fondato, ritardare la senescenza, in quanto mezzo per prevenire uscite anticipate e involontarie da vite degne di essere vissute, appare un atto obbligatorio e non supererogatorio. Viceversa, liquidare il longevismo come ingenua fantasia e la “libertà morfologica” come arrogante pretesa è un modo di legittimare ingiustificate negligenze, mancare di prevenire interruzioni inutilmente premature della vita.


Articolo inserito il 13 novembre 2008 e letto 3959 volte

 
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