Introduzione
Gli individui studiati sono quelli emersi durante le campagne di scavo 2004-2005. Le sepolture erano dislocate all’esterno del perimetro dell’antica pieve e ne seguivano l’andamento ovest-est. Si tratta sempre di inumazioni in fossa, delle quali solo alcune presentavano segnacoli in pietra in corrispondenza della testa o dei piedi. Gli inumati sono stati deposti in posizione supina. Unica eccezione è quella di una giovane donna (T58), sepolta intenzionalmente prona (fig. 1). All’interno del cimitero sembra essere emersa una distinzione nella collocazione delle tombe in base al sesso, mentre praticamente assenti risultano gli elementi di corredo. Da segnalare è invece l’affollamento e la sovrapposizione delle inumazioni. L’alta frequentazione dell’area ad uso cimiteriale, unita alla mancanza di strutture tombali in muratura, ha determinato una difficile situazione di scavo e di recupero del materiale scheletrico. Numerosi sono risultati, infatti, i tagli, le asportazioni di tombe, o di parti di esse, e la presenza di ossa sparse nel terreno o all’interno di altre fosse. Nello studio della serie scheletrica sono stati impiegati i seguenti metodi: per la determinazione dell’età di morte sono stati osservati il grado di sinostosi delle suture craniche (Meindl, Lovejoy 1985), l’usura dentaria (Lovejoy 1985), la morfologia dell’estremità sternale delle coste (Iscan, Loth, Wright 1984, per i maschi, Iscan, Loth 1985, per le femmine), la morfologia della superficie auricolare dell’osso coxale (Lovejoy et al. 1985), la morfologia della sinfisi pubica (Brooks, Suchey 1990). La determinazione del sesso è stata effettuata basandosi sui caratteri del coxale (Ubelaker 1989) e del cranio (Buikstra, Ubelaker 1994). Per la descrizione e la classificazione delle patologie sono stati utilizzati gli standards di Buikstra, Ubelaker (1994).
Numerosità, sesso ed età di morte
Il campione in studio è costituito da 48 individui (più un feto, ancora all’interno del bacino della madre), dei quali 26 risultano ben rappresentati (tab. 1). È stato possibile determinare il sesso di 36 individui; di questi, 25 sono maschi (pari al 52,1%) e 11 femmine (22,9%), con un rapporto maschi/femmine di 2,3 che ovviamente non rispecchia la reale situazione biologica. A conferma di questo si nota anche la quasi totale assenza di bambini, in quanto è presente solo un bambino di circa 7 anni (T27). A 34 individui è stato possibile attribuire l’età di morte; di questi 5 (14,7%) hanno un’età inferiore ai 20 anni; il 17,6% degli individui risulta deceduto tra i 20 e i 30 anni; il 29,4% tra 30-40; il 29,4% tra 40-50; solo il 5,9%, due maschi, hanno un’età superiore ai 50 anni. Mettendo a confronto i due sessi, prima dei 40 anni risulta deceduto il 63,6% delle femmine e il 55,6% dei maschi.
Statura
È stato possibile determinare la statura di 7 femmine e 14 maschi (tab. 2). Le stature femminili variano da un minimo di 154,3 cm (T21) ad un massimo di 165,2 cm (T39), con un valore medio di statura di 160,7 cm, che rientra nella fascia “Alta”. Le stature maschili variano da un minimo di 164,9 cm (T2) ad un massimo di 181,7 cm (T12), con una media di circa 170 cm. Anche il campione maschile rientra nella fascia “Alta”.


Marcatori muscolari ed entesopatie
L’analisi della morfologia delle aree di attacco dei muscoli e dei legamenti sulle ossa (entesi) è finalizzata alla ricostruzione delle attività occupazionali delle popolazioni del passato. Le entesi sono riconoscibili sull’osso per la presenza di irregolarità (rugosità, superficie rimodellata, rilievi, solchi) e si manifestano con diversi gradi di espressione. Con il termine entesopatia si indica una lesione dell’osso, a livello dell’entesi, che si può presentare come un’area osteofitica o osteolitica. Le aree di inserzione dei muscoli sono state esaminate utilizzando la metodologia di Robb (1994), che propone una scala di sviluppo dal grado 1 (assenza di impronte) al 5 (presenza di osteofiti), integrandola con quella messa a punto dall’Università di Bologna per le entesopatie (Mariotti, Belcastro, Facchini 2004).
L’ausilio del contesto storico e archeologico è comunque fondamentale per l’interpretazione delle “tracce” di attività osservate sulle ossa.
Nella tab. 3 sono riportate le percentuali dei principali muscoli con un forte sviluppo o un’entesopatia.
Negli arti superiori il muscolo che presenta la maggiore incidenza è il gran pettorale (32,3% sul totale delle osservazioni): si tratta di un muscolo attivo nell’adduzione, cioè nell’avvicinare il braccio al tronco, nella rotazione e nella flessione dell’omero. Segue il brachiale (31,6%), che è il più importante flessore dell’avambraccio. L’ipertrofia del brachiale, associata all’ipertrofia del gran pettorale, è stata messa in relazione, da diversi autori, al trasporto ripetitivo di un carico a braccia flesse. Come si può osservare le percentuali più elevate riguardano però gli arti inferiori. Il 47,2% e il 42,3% dei coxali hanno impronte molto sviluppate a livello del semimembranoso e del semitendinoso, muscoli che permettono la flessione della gamba sulla coscia. Particolarmente forti sono anche le impronte del grande gluteo (58,7%) e della linea aspra (labbro mediale 42,2%; labbro laterale 40%) nei femori. Il grande gluteo consente di estendere e ruotare esternamente l’arto inferiore. Gli adduttori, cioè i muscoli che si inseriscono sulla linea aspra, adducono, flettono, intraruotano ed extraruotano la coscia. Infine, ben il 75% dei calcagni ha l’entesopatia del tendine d’Achille.

tab. 3 – Percentuali unificate di forti marcatori muscolari (grado 4) ed entesopatie (grado 5).
L’ipertrofia del grande gluteo, associata all’ipertrofia degli adduttori e alla formazione di spicole nell’inserzione del tendine d’Achille, può essere messa in relazione a lunghe marce su terreni accidentati.
Confrontando il campione maschile con quello femminile, si rileva che le ossa maschili sono notevolmente più modellate dalle sollecitazioni della muscolatura. Ad eccezione del deltoide nella clavicola e del tricipite nell’ulna, che mostrano un distribuzione equilibrata tra maschi e femmine, esiste sempre una spiccata differenza tra i due sessi. L’intensa attività muscolare maschile si contrappone a quella femminile a livello di tutti i distretti scheletrici, superiori e inferiori. Infatti, solo il 2,9% dei gran pettorali femminili appare fortemente sviluppato, rispetto al 29,4% dei maschi; infi- ne, l’entesopatia del brachiale, che negli uomini interessa il 31,6%, nelle femmine è completamente assente. Negli scheletri femminili risultano anche assenti importanti sollecitazioni a carico dell’ileopsoas, del soleo e del tendine d’Achille, che invece nei maschi coinvolgono rispettivamente il 32,3%, il 28,6% e il 75%. Queste differenze rispecchiano certamente una netta divisione dei compiti tra gli uomini e le donne della comunità di Pava. Le donne forse erano dedite ai lavori domestici che, anche se faticosi, non incidevano sulla massa muscolare quanto le attività agricole o l’allevamento.
Per quanto riguarda i singoli individui sono da segnalare alcuni casi interessanti. Un maschio di 40-45 anni (T8) mostra un quadro entesopatico grave e diffuso, che interessa l’arto superiore destro (il sinistro è assente), i coxali (fig. 2) e gli arti inferiori. Il suo scheletro è affetto anche da artrosi avanzata, con fenomeni di eburneazione a livello delle cervicali, sull’omero, radio e ulna destra. Anche gli arti inferiori mostrano artrosi e sui femori è presente periostite a placche.
Un maschio di 30-40 anni (T12) presenta entesopatie a livello di tutti i distretti, accompagnate da artrosi ed ernie di Schmorl. Formazioni osteofitiche sono osservabili a livello del grande adduttore, lungo la cresta iliaca del coxale sinistro e sulla spina iliaca del coxale destro. Inoltre sul coxale sinistro e sul sacro è presente la faccetta accessoria, conseguente al trasporto prolungato di pesi (sul destro non è rilevabile). All’altezza delle tibie e delle fibule è osservabile una grave forma di periostite con rimaneggiamenti e deformazioni delle ossa (maggiore a sinistra).
Un maschio di 50-60 anni (T25) mostra forti attacchi muscolari a carico dell’arto superiore destro ed entesopatie sugli arti inferiori. Inoltre è interessato da artrosi di grado avanzato e da numerose ernie di Schmorl.
In un maschio di 30-40 anni (T28b), inserzioni molto marcate si rilevano a livello degli arti superiori, mentre le entesopatie riguardano i distretti inferiori. Come negli altri casi, le entesopatie sono accompagnate da artrosi della colonna. Sono presenti numerose ernie di Schmorl sulle vertebre toraciche e lombari. Per il resto l’artrosi è concentrata a livello degli arti superiori.
In base ai casi segnalati, emerge che gli uomini del campione proveniente da Pava erano impegnati in vita in attività fisiche molto dure.
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fig. 1 – Sepoltura prona di una femmina adolescente di 14-15 anni (T58). |
fig. 2 – Ossa del bacino con ossificazione tendinea (entesopatia) in un maschio di 40-45 anni (T8). |
Paleopatologia
Artrosi ed ernie di Schmorl
Per artrosi si intende una malattia articolare, di tipo degenerativo causata dall’usura delle cartilagini delle articolazioni, a cui consegue un interessamento di tutte le strutture che le compongono. L’usura porta ad uno stato infiammatorio, che innesca processi di alterazione dell’osso, in senso proliferativo (con la formazione di becchi osteofitici), o con manifestazioni erosive.
Il processo artrosico può essere causato da: fattori generali, innanzitutto l’età (le cartilagini si usurano e diventano sempre meno capaci di sopportare carichi), la predisposizione ereditaria, alcune attività lavorative (che prevedono posture fisse e costanti) e fattori locali, come traumi e microtraumi.
Nel campione di Pava, a causa del cattivo stato di conservazione del materiale, non è stato possibile prendere in esame tutti gli individui, ma solo 19 (12 maschi e 7 femmine), che conservano la colonna vertebrale quasi completa. Di questi, 7 sono interessati da spondiloartrosi grave (36,8%).
Ben 6 maschi su 12, pari al 50% – 2 di 30-40 anni (T12, T28b), 1 di 40-50 (T61), 2 di 45-50 (T13, T30), 1 di 50-60 (T25) – sono stati colpiti in modo considerevole da questa malattia articolare, contro una sola femmina di 45-55 anni (T45) (fig. 3). Probabilmente la minore incidenza femminile della patologia è da mettere in relazione al fatto che ben 5 donne su 7 sono decedute prima dei 35 anni. In tutti e 7 gli scheletri con gravi alterazioni artrosiche sono state riscontrate numerose ernie di Schmorl. Le ernie di Schmorl sono intaccature subcondrali della spugnosa dei piatti vertebrali (fig. 4), che si manifestano con vari gradi di intensità, dall’infossamento localizzato e superficiale, all’ernia esteriorizzata con intaccamento dell’anulus fibrosus. A questo proposito è importante osservare che sono presenti anche su giovani maschi: uno di circa 15 anni (T41), con ernie del tratto toracico; uno di 18- 20 anni (T60), con numerose ernie, sempre del tratto toracico, di cui 6 esteriorizzate; uno di 30-35 anni (T28a), con due ernie sulle vertebre cervicali, una nel tratto toracico e tre in quello lombare.
Le ernie intraspugnose sono il risultato dell’esposizione, in età giovanile, della colonna vertebrale a sovraccarichi funzionali, unita ad un difetto di resistenza della cartilagine, di origine costituzionale. Il sollevamento ripetuto di pesi, accompagnato da flessione e torsione laterale della colonna, può determinarne la formazione (Weiss 2005)
La spondiloartrosi è sempre associata all’artrosi extra-vertebrale, che interessa prevalentemente il cingolo scapolare; gli individui più colpiti sono risultati tre maschi, rispettivamente di 30-40 anni (T28b), 45-50 (T30) e 50-60 anni (T25), e una femmina di 45-55 anni (T45); l’individuo T30, affetto da un artrosi diffusa, presenta un quadro particolarmente grave a livello delle mani, di evidente origine funzionale.
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fig. 3 – Vistosa artrosi osteofitica della quarta vertebra lombare in una femmina di 45-55 anni (T45). |
fig. 4 – Ernie di Schmorl di una prima vertebra lombare in una femmina di 45-55 anni (T45). |
Traumi
Le lesioni traumatiche sono importanti indicatori dei rischi connessi all’attività lavorativa, ma anche del livello di violenza e delle tecniche belliche di una popolazione. Nel nostro campione scheletrico sono stati rilevati numerosi traumi. Sul cranio di un maschio adulto (T15b), a livello dell’area bregmatica, è presente una depressione sub-circolare di 42×37 mm (fig. 5). La parte interna del tavolato cranico, in corrispondenza della depressione, si presenta sporgente e rigonfia, senza perforazione dell’osso. Sul bordo sinistro della depressione è presente un taglio regolare e, al centro, una linea di depressione più netta. Si tratta degli esiti di una frattura a stampo per trauma diretto, prodotta da un oggetto di forma circolare simile ad un martello. La presenza di evidenti processi riparativi indica che l’individuo sopravvisse a lungo all’evento traumatico. In un cranio maschile (T61), tipicamente a livello del parietale sinistro, è presente un avvallamento circolare, di 8,3×10 mm, evidentemente il risultato di un piccolo trauma. Su un altro cranio maschile (T30), è presente una lesione da taglio, inflitta trasversalmente nella regione sopra mastoidea destra. In questo caso si tratta di una ferita da fendente, che produsse una lesione allungata dai margini netti, con successiva infezione secondaria. Ben 9 corpi di coste dello stesso individuo mostrano esiti di fratture. Anche in altri cinque individui, di cui 4 maschi (T8, T25, T28a, T31) e una femmina (T11), sono state rilevate fratture costali.
La metà distale della diafisi dell’ulna sinistra di un maschio (T61) presenta gli esiti di una frattura con callo osseo esuberante. Si tratta di una tipica frattura “da difesa” dell’avambraccio, dovuta ad un trauma diretto. Una femmina (T45) mostra, a livello del processo stiloideo dell’ulna destra, una reazione infiammatoria, con neoformazione ossea, secondaria allo strappo del legamento triangolare che vi si inserisce (fig. 6).
Deformazioni ossee di origine traumatica sono state rilevate a livello delle mani di tre maschi, rispettivamente su un secondo metacarpale sinistro (T8), su un terzo metacarpale destro (T25), e sull’epifisi prossimale di un terzo metacarpale destro (T31). Per quanto riguarda gli arti inferiori, è presente una lesione peri-mortem da fendente di 18 mm, trasversale e leggermente obliqua, sulla superficie anteriore del terzo prossimale della diafisi del femore destro in una femmina (T11) (fig. 7).
In conclusione, il campione in studio appare caratterizzato da una discreta frequenza di lesioni traumatiche, sia accidentali che intenzionali; in particolare l’elevata frequenza di fratture costali nei maschi potrebbe indicare un’attività lavorativa rischiosa.
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fig. 5 – Esiti di frattura cranica frontale “a stampo” in un maschio adulto (T15b). |
fig. 6 – Esiti di strappo del legamento triangolare del processo stiloideo in un’ulna destra di una femmina di 35-45 anni (T45). |
fig. 7 – Lesione da taglio peri-mortem su una diafisi femorale di una femmina di 35-40 anni (T11). |
Malattie infettive aspecifiche
Sullo scheletro sono leggibili anche le tracce delle malattie infettive, la cui osservazione è di grande rilevanza in ambito archeologico, perché consente di far luce non solo sullo stato di salute di una popolazione, ma anche sull’ambiente e sulle abitudini igienico-sanitarie. Essendo spesso impossibile identificare l’agente patogeno, vengono definite malattie infettive aspecifiche.
In questo gruppo rientra la periostite, conseguente all’infiammazione del periostio, la membrana connettivale che riveste le ossa. La patologia risulta ben rilevabile a livello tibiale, dove può essere facilitata da microtraumi o da stasi venosa.
Nel campione della Pieve di Pava 9 individui mostrano fenomeni di periostite. Due casi, di grado lieve, interessano gli arti inferiori di una femmina di 40-50 anni (T3) e di un maschio della stessa età (T61). In quest’ultimo la metà distale del femore destro e della tibia sinistra mostra piccoli solchi ad andamento sinuoso, dovuti verosimilmente ad impronte di vasi venosi; inoltre nella parte inferiore della fibula destra si osserva un’area circoscritta e cribrosa, causata dallo strappo della membrana interossea. In tre scheletri maschili (T4, T8 e T13) e uno femminile (T11), la periostite si presenta sotto forma di placche sulla superficie corticale delle ossa degli arti inferiori.
Un maschio deceduto fra i 30 e i 40 anni (T12), mostra gli esiti di un grave quadro infettivo della tibia destra, con strie longitudinali, segni di rimaneggiamento a metà diafisi e deformazione con rigonfiamento del quarto distale; a livello della membrana interossea è presente anche una vasta zona di rimaneggiamento molto marcato, con spicole ossee sollevate. La tibia sinistra mostra gli stessi segni della tibia destra ma in forma più grave (fig. 8): è presente un rigonfiamento abnorme della metà distale, con cavitazioni, strie longitudinali e trasversali e spicole ossee anche di grandi dimensioni. Neoformazioni ossee sono presenti lungo il margine superiore e inferiore del foro nutritizio e lungo tutta l’epifisi distale. La fibula sinistra presenta su tutta la diafisi aree grossolane di neoformazione ossea nella metà distale e creste evidenti (fig. 9). La fibula destra presenta le stesse caratteristiche patologiche, ma meno accentuate.
Anemie
I quadri anemici cronici, di origine genetica o carenziale, si manifestano macroscopicamente sullo scheletro sotto forma di iperostosi porotica, da semplici porosità fino a veri e propri ispessimenti della teca cranica. Le porosità si possono localizzare sulla volta cranica (cribra cranii) e sul tetto delle orbite (cribra orbitalia). Nel campione in esame sono presenti 9 casi di cribra cranii, riscontrati in 4 femmine (T3, T22, T26, T37) e 5 maschi (T12, T13, T15a, T28a, T49), nessuno dei quali di grado grave. I cribra orbitalia hanno interessato 4 individui: 2 maschi (T8, T28a) e 2 femmine (T26, T37). Una giovane donna di 20-25 anni (T37) presenta il quadro anemico più grave: cribra cranii molto evidenti sul frontale, sull’ala dello sfenoide, al di sopra del meato acustico destro e intorno al condilo occipitale destro e cribra orbitalia di grado elevato sul tetto dell’orbita sinistra (fig. 10).
Tumori
Il tumore benigno più comune è risultato l’osteoma, una neoplasia costituita da una formazione ossea circoscritta e compatta, detta a “bottone”. Di solito l’osteoma si manifesta sulla volta cranica, come nel caso degli scheletri T12 e T28b; mentre nel T30 due osteomi sono localizzati rispettivamente sulla seconda falange e falangina della mano destra. Un piccolo condroma si osserva sullo scafoide della mano sinistra di una femmina (T22a). Un’altro condroma si ritrova sul bordo della cavità acetabolare destra di un maschio (T31), sotto forma di una neoformazione ossea a forma di fungo sopraelevato, di notevoli dimensioni (34,9×28,3 mm) (fig. 11). Da segnalare infine l’impronta di una piccola neoplasia (15×8 mm), molto verosimilmente un istiocitoma fibroso benigno, sul margine acetabolare destro di un maschio adulto (T8) (fig. 2).
Anomalie congenite e di sviluppo
Un giovane maschio di 23-24 anni (T20) presenta la precoce saldatura processo xifoideo al corpo dello sterno che, in genere, avviene invece in età avanzata. In una femmina di 24-33 anni (T21) si osserva la fusione dell’epistrofeo con la terza vertebra cervicale; inoltre, i processi articolari superiori di destra di tutte le vertebre cervicali risultano più grandi di quelli di sinistra, verosimilmente a causa di una postura anomala determinata dalla fusione. La sacralizzazione della quinta lombare è stata rilevata sullo scheletro di un maschio di 30-35 anni (T28a). Si tratta di una displasia scheletrica ereditaria.
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fig. 8 – Periostite tibiale in un maschio di 30-39 anni (T12). |
fig. 9 – Tibia e fibula con grave periostite in un maschio di 30-39 anni (T12). |
fig. 10 – Cribra orbitalia dell’orbita sinistra in una femmina di 20-24 anni (T37). |
Patologia dentaria
Nel campione di Pava, costituito da 48 individui, 27 hanno conservato le arcate dentarie, fra cui 10 femmine, 14 maschi e 3 individui di sesso non determinabile. Complessivamente, si sono conservati 507 alveoli e 485 denti.
Carie
La carie è un processo patologico distruttivo causato da batteri. Si manifesta inizialmente a livello dello smalto, poi della dentina, fino ad interessare la camera pulpare, con la conseguente distruzione del dente (fig. 12). Su un totale di 485 denti presenti, 53 risultano cariati (10,9%), di cui ben 27 sono le carie destruenti della corona, pari al 50,9%. I denti più colpiti risultano i mascellari (12,9%), rispetto ai mandibolari (9,5%), e in particolare i molari. Su 214 denti femminili, 23 sono cariati, pari al 10,7%, mentre su 251 denti maschili 28 sono cariati, pari all’11,2%.
Nei maschi la percentuale di carie dei denti mascellari, pari al 18,4%, appare nettamente superiore a quella della mandibola (6,1%), mentre nelle femmine la situazione si inverte, con solo il 7,3% di denti mascellari cariati contro il 13,6% di denti mandibolari (Grafico 1).
Si tratta di un fenomeno di difficile spiegazione, riferibile probabilmente ad attività lavorative extra-masticatorie differenziate nei due sessi che comportavano, nelle femmine, una maggiore detersione delle arcate superiori.
Tra gli individui di sesso maschile più colpiti da carie figura il T12, con ben 5 denti mascellari su 7 interessati da carie destruente, mentre, tra quelli di sesso femminile, il T3 e il T22a presentano rispettivamente cinque denti cariati.
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fig. 11 – Coxale destro con tumore osseo benigno (condroma) in un maschio di 30-35 anni (T31). |
fig. 12 – Mandibola con carie destruente del terzo molare in una femmina di 40-50 anni (T3). |
fig. 13 – Mandibola con caduta intravitam di tutti i denti dell’emiarcata destra in un maschio di 50-60 anni (T25). |
Edentazione intra-vitam
Molteplici sono i fattori che possono determinare la perdita dei denti: una carie destruente, una usura marcata, una grave malattia parodontale o episodi traumatici. Sono stati rilevati 48 denti caduti intra-vitam su un totale di 507 alveoli, pari al 9,5%, con una leggera prevalenza dei mascellari (10,5%) rispetto ai mandibolari (8,9%). Su 269 alveoli maschili 31 sono i denti persi intra-vitam (11,5%), di cui 19 mascellari (15,7%) e 15 mandibolari (9%). Nel campione femminile 15 sono i denti caduti ante-mortem su 217 alveoli, pari al 6,9%, di cui 4 mascellari (4,5%) ed 11 mandibolari (8,6%) (Grafico 2).
In conclusione, l’incidenza delle cadute intra-vitam sembra riflettere quella della carie.
Un caso particolare riguarda un maschio di 50-60 anni (T25), il cui mascellare ha conservato 8 alveoli, con ben 6 denti caduti in vita; nella mandibola, su 13 alveoli presenti, ben 10 denti sono caduti intra-vitam, provocando un notevole riassorbimento alveolare. La parte più colpita è quella di destra, con denti caduti dal terzo molare destro al secondo incisivo sinistro (fig. 13).
Malattia parodontale
La malattia parodontale consiste in un processo infiammatorio cronico che determina la perdita dei tessuti parodontali (la gengiva, il legamento periodontale, il cemento e l’alveolo), che sono sostegni dei denti, con conseguente retrazione del margine alveolare. Le cause sono numerose: accumulo di tartaro, carie, anomalie di forma o posizione che possono favorire la distruzione del parodonto.
La parodontopatia è stata riscontrata in sei individui, 5 maschi e 1 femmina: la patologia sembra collegabile all’età avanzata, in quanto solo in due casi (T28 a, T28 b) l’età è inferiore ai 40 anni.
Ipoplasia dello smalto
Per ipoplasia dello smalto si intendono gli effetti dell’interruzione temporanea della formazione dello smalto nel corso dell’amelogenesi (crescita della corona). L’alterazione si produce in seguito a episodi di stress aspecifici, come un periodo di malnutrizione o di malattia grave, che si siano verificati durante gli anni dell’infanzia. L’ipoplasia si presenta sotto forma di linee orizzontali o pozzetti sulla superficie vestibolare dei denti. In ambito archeologico rappresenta un valido indicatore dello stato di salute del campione umano in esame, poiché è un difetto indelebile, la cui posizione sul dente indica anche l’età di insorgenza (tab. 4).
Nel nostro caso abbiamo riscontrato ipoplasia, sotto forma di linee orizzontali, su ben 18 individui, pari al 66,7% degli scheletri che hanno conservato i denti. Di questi 8 sono maschi (57,1%), 8 femmine (80%) e 2 individui di sesso non determinabile. Nel Grafico 3, dove è stato riportato il numero di episodi di stress suddivisi per classi di età, si osserva una maggiore incidenza di episodi di stress fra 3 e 5 anni nei maschi e fra 2 e 4 anni nelle femmine, da porre verosimilmente in relazione con le malattie infettive della prima infanzia.
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fig. 14 – Femmina di 30-35 anni con feto a livello del bacino (freccia in alto: omero; freccia in basso: cranio) (T71a). |
fig. 15 – Ossa lunghe di feto all’ottavo mese di gestazione (T71b). |

Casi particolari
Caso di sclerosi midollare
Un giovane maschio di circa 15 anni (T41) mostra un quadro diffuso di obliterazione del canale midollare delle ossa lunghe da parte di osso spugnoso neofor- mato, prevalente a livello omerale e femorale. I corpi di alcune vertebre toraciche presentano diverse piccole cavitazioni, misuranti in media mm 8×5, della superficie anteriore. Si tratta di una malattia sistemica di difficile interpretazione, ancora in corso di studio.
La donna con feto (T71)
Di rilevante interesse è il caso della donna di 30-35 anni rinvenuta con il feto ancora in situ (fig. 14), all’ottavo mese di gestazione (Olivier, Pineau 1960), rappresentato da omeri, femori, tibie e da una fibula, la cui presenza non era stata rilevata al momento dello scavo (fig. 15). La documentazione fotografica ha comunque dimostrato che ci si trovava di fronte ad un feto in presentazione cefalica, cioè con il cranio situato all’ingresso dello scavo pelvico.
La sepoltura prona (T58)
Durante la campagna di scavo del 2005, è stato messo in luce lo scheletro di una giovane donna, di circa 15 anni (T58), deposta prona. Accertare l’intenzionalità o meno di questa posizione è indispensabile, per poter affermare che l’individuo in considerazione sia stato trattato “diversamente” dagli altri e per cercare di interpretare il gesto funerario. Nel nostro caso la volontarietà emerge chiaramente dall’analisi dalla posizione dello scheletro: la faccia è rivolta al suolo, le mani sono davanti al bacino e gli arti inferiori risultano distesi e paralleli, con ginocchia convergenti (fig. 1).
In base alla persistenza delle articolazioni cosiddette labili si tratta sicuramente di sepoltura primaria in spazio pieno, cioè il corpo era anatomicamente integro quando fu collocato nella tomba e subito ricoperto dalla terra (Duday 2006). La sepoltura prona è un rito di seppellimento particolare nel quale il cadavere è volontariamente deposto a faccia in giù. Le attestazioni di questo rito sono meno rare di quanto si possa pensare, e ciò che stupisce è la loro diffusione storica e geogra fica. I ritrovamenti in Italia risalgono all’età del Bronzo (necropoli di Olmo di Nogara, Verona) (Salzani 2005; Corrain et al. 1967), all’età del Ferro (sepolture di Trani, Bari) (Sublimi, Scattarella 2003) e all’epoca romana (necropoli Osteria del Curato, Roma) (Catalano, comunicazione personale), ma sono documentati anche in Francia, in Inghiterra, in Grecia, ecc. (Tsaliki 2000).
Dall’analisi delle varie attestazioni si può ipotizzare che si tratta di un rito riservato a certi “morti particolari”, che durante la loro vita o in punto di morte erano stati segnati da un evento che li distingueva negativamente dal resto della popolazione. Questa diversità doveva persistere, anche dopo la morte, nella sepoltura. Le cause, che potevano portare alla scelta di deporre un cadavere bocconi, potevano essere di varia natura.
Alcuni studiosi (Tsaliki 2000; Sublimi, Scattarella 2003) hanno avanzato l’ipotesi che si potesse trattare di pratiche necrofobiche, volte cioè a neutralizzare il cosiddetto “ritorno” del defunto. Ad esempio, i morti di morte violenta potevano interagire con i vivi per vendicarsi del torto subito. Anche la paura nei confronti di certi ‘vivi’ (epilettici, psicopatici, streghe o stregoni) era la spinta che determinava la scelta di deporli proni una volta ‘morti’. Ad esempio, nel caso delle streghe, è nota la credenza che lo spirito lasciasse il corpo per partecipare al sabba. In questo stadio esse manifestano una loro particolare vulnerabilità, come confessa Margherita di San Rocco, condannata al rogo per stregoneria nel 1571 a Lucca, che «Se per sorte fossimo voltati bocconi perderemo lo spirito ed il corpo resteria morto» (Ginzburg 1966). Ciò potrebbe spiegare la diffusa credenza popolare che, per liberarsi di questi “personaggi pericolosi”, bisognava praticare un tale rito di seppellimento che, viceversa, impediva allo spirito di fuoriuscire dal corpo per “tormentare” i vivi. Un altro modo per spiegare le sepolture prone è quello di farle rientrare nella ritualità delle esecuzioni. Un uomo, o una donna, giudicati colpevoli di qualche misfatto, erano puniti in vita con l’esecuzione e nella morte con la deposizione bocconi, ritenuta una forma finale di disprezzo.
Numerosi casi di esecuzione e di successiva sepoltura prona sono stati riscontrati nella fase più recente del famoso sito inglese di Sutton Hoo, in Inghilterra, datata dall’VIII all’XI secolo (Carver 2005). In alternativa si poteva usare la stessa deposizione prona come punizione mortale, seppellendo vivo il condannato. Una tale pratica è stata ipotizzata nel caso della donna trovata sepolta prona con un masso sul dorso, nel cimitero Anglo-Sassone di Sewerby, nelloYorkshire (Hirst 1985).
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