Rimedi peggiori delle malattie per le nobili rinascimentali

di Redazione

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Articolo estratto dal "Corriere della Sera - Salute" di Domenica 24 Febbraio 2013

Di alcune non conosciamo neanche il nome. Di altre sappiamo moltissimo, perché erano le celebrità della loro epoca e le cronache ne hanno registrato fedelmente la vita e le circostanze della morte. Sono donne vissute secoli fa e i loro resti raccontano molto della condizione femminile nel Rinascimento e di come si vivesse in quei tempi, alle corti nobiliari e fra la gente comune. Analizzare gli scheletri o le mummie arrivati fino a noi è come alzare il velo su quel passato e osservare, ad esempio, Isabella d’Aragona mentre si guarda allo specchio e comincia a spazzolare furiosamente i denti con un bastoncino in pietra pomice (o forse in osso di seppia), per sbiancarli e togliere quell’orribile patina scura che non sopportava. I denti di Isabella si erano anneriti perché intossicata dal mercurio, somministratole per curare la sifilide: proprio attorno al ’500, quando Isabella era duchessa di Milano, la malattia cominciò a diffondersi in Europa e i pazienti venivano trattati (inutilmente, ma lo si sarebbe scoperto solo dopo) con unguenti o «fumi» mercuriali che non di rado erano più tossici della lue o perfino letali. Isabella poi, come le donne aristocratiche dell’epoca, aveva scoperto i cosmetici e si dedicava a pratiche che la intossicavano ogni giorno di più: truccava le labbra con un «rossetto» derivato dal cinabro, il minerale rosso da cui si estrae mercurio, e per trattare dermatiti e impurità cutanee o sbiancare la pelle usava l'unguento saraceno, a base della stessa sostanza.
Le nobildonne, benché avessero tempo e denaro, non erano molto diverse dalle popolane di fronte a numerose malattie: «La tubercolosi e le altre patologie infettive colpivano allo stesso modo donne ricche e povere - spiega Gino Fornaciari, direttore della divisione di Paleopatologia, Storia della medicina e Bioetica dell'Università di Pisa - Tutte, poi, erano esposte alla morte per parto: la mortalità femminile fra i 20 e i 30 anni era alta proprio per le complicazioni nel dare alla luce i figli, spesso molto numerosi». Accadde ad esempio a Giovanna d'Austria, prima moglie di Francesco I dei Medici: ebbe cinque figli, tutti con parti travagliati e difficili, ma alla fine della sesta gravidanza morì per la rottura dell'utero. «Anche le malattie respiratorie, come polmoniti o antracosi polmonare, erano diffuse allo stesso modo nei diversi ceti sociali: l’ambiente in cui vivevano e l’aria che respiravano nobildonne e popolane erano sostanzialmente uguali - interviene Luca Ventura, anatomopatologo dell’Ospedale San Salvatore dell'Aquila-. Va detto che per le donne di bassa estrazione sociale i dati sono molto più scarsi, perché sono più rari i corpi da esaminare, e le mummie, dove troviamo preziosi tessuti molli che possono darci molte informazioni, sono poche e di solito più recenti, dal ’700 in avanti. Gli indizi ottenuti studiando gli scheletri ci permettono tuttavia di tracciare ipotesi verosimili». Le donne più umili, ad esempio, dovevano fare i conti con un maggior rischio di patologie da lavori usuranti come l’artrosi; le nobili, d'altro canto, più spesso andavano incontro a malattie dovute a eccesso di cibo anche se, come sottolinea Ventura, non è affatto detto che le popolane fossero per forza scheletriche, visto che alcuni reperti hanno mostrato segni della presenza di qualche chilo di troppo. Alla corte dei Medici e degli Aragonesi, peraltro, si seguiva un’alimentazione relativamente salutare perché ricca di pesce di mare: dai risultati delle analisi emerge che in Toscana il consumo si aggirava attorno al 14-30% della dieta, in Campania saliva fino al 40%. Merito, probabilmente, dalla frequente astinenza dalla carne suggerita dalla regola religiosa: durante il Rinascimento la carne era proibita al venerdì, al sabato, alla vigilia di importanti festività e durante l’Avvento e la Quaresima, per un totale che oscillava da un terzo a metà dei giorni dell’anno. Le donne di allora inoltre soffrivano di malattie che a torto riteniamo esclusive della modernità: è il caso del virus Hpv, la cui prima evidenza molecolare si è ottenuta sui resti di Maria d’Aragona, vissuta alla corte di Napoli nel ’500. Sulla sua mummia è stata notata una formazione cutanea che poi è risultata essere un condiloma acuminato da papillomavirus: Maria era stata contagiata da Hpv 18, uno dei sottotipi di Hpv ad alto potenziale oncogeno, e aver dimostrato la presenza del virus così tanto tempo fa può aiutare a capire come si sia evoluto e modificato nei secoli.
Pure i tumori esistono da sempre. «Lo testimoniano ad esempio le metastasi ossee da tumore al seno che sono state osservate su alcuni scheletri del periodo rinascimentale - riprende Ventura -. Anche in questo caso non ci sono differenze di ceto sociale: a Sermoneta, in provincia di Latina, abbiamo rinvenuto alcuni corpi mummificati nelle cripte di San Michele Arcangelo, una chiesa del vecchio villaggio medievale. Si trattava molto probabilmente di donne della borghesia locale e in un caso abbiamo potuto analizzare tessuto mammario in buone condizioni: sottoponendolo ai raggi X, come per una moderna mammografia, sono emerse microcalcificazioni compatibili con la presenza di cancro al seno. E probabilmente ha sofferto di un carcinoma simile anche Anna Maria Luisa de’ Medici, l’elettrice palatina». Va detto però che in passato i tumori erano meno comuni: in parte perché la vita media era più breve, in parte perché non c’erano alcuni inquinanti, dagli idrocarburi alle sostanze radioattive (anche se si faceva largo uso di carni cotte alla brace dove si formano composti nitrosi organici cancerogeni, e infatti sono documentati casi di tumore all’intestino). Unica eccezione il mieloma multiplo, un tumore che pare fosse molto più diffuso qualche centinaio di anni fa: in questo caso è probabile che la continua stimolazione del sistema immunitario da parte di agenti infettivi provocasse più frequentemente di oggi il «deragliamento» in senso tumorale delle cellule immunitarie. «Le malattie delle donne e degli uomini del passato sono espressione dell’ambiente in cui sono vissuti e ci aiutano a tracciare un quadro più preciso della società di allora e della storia delle famiglie illustri, ricostruendo lo stile di vita con dati oggettivi da aggiungere alle ricostruzioni storiche - osserva Fornaciari -. Tuttavia questi dati possono essere utili anche ai medici: confrontare i ceppi di microrganismi antichi con quelli attuali ci insegna come si sono evoluti e potrebbe offrirci nuove armi per combatterli; capire come si comportavano i tumori nel passato può aiutarci a comprendere meglio i loro meccanismi di sviluppo e diffusione anche nei pazienti di oggi».

A LUCCA
Ilaria del Carretto, seconda moglie di Paolo Guinigi, signore di Lucca nel 1400, deve la sua fama al bellissimo sarcofago (foto), che il marito fece realizzare a Jacopo della Quercia e che è uno dei simboli di Lucca. Dove fosse il corpo di Ilaria, però, era un mistero. Oggi, grazie all'archeologo Giulio Ciampoltrini si è scoperto che probabilmente Ilaria è stata sepolta nella Cappella di Santa Lucia, accanto alle altre due mogli di Paolo. Gli esperti sono quasi sicuri che accanto alla terza moglie Jacopa Trinci, e alla prima Maria Caterina degli Antelminelli, morta a 12 anni, vi sia Ilaria, morta di parto a 26 anni. I dati sembrano confermarlo, perché la donna pare avesse origini non lucchesi e la sua dieta, stando alle indagini di paleonutrizione, era molto diversa da quella degli altri Guinigi: Ilaria, infatti, visse a Lucca appena due anni.


Articolo inserito il 03 marzo 2013 e letto 4423 volte

 
  Rinvenuti i resti di Ilaria del Carretto...
Scupi, Colonia Flavia Scupinorum...