PALEOPATOLOGIA DEL CIMITERO SIGNORILE DEL CASTELLO DI MONTE DI CROCE (XI SECOLO)

di Vitiello Angelica

Paleopatologia

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Gino Fornaciari, Sara Giusiani, Angelica Vitiello
Divisione di Paleopatologia
Università di Pisa

Lo scavo archeologico del cimitero del castello di Monte di Croce (Pontassieve, FI) è stato integrato da uno studio antropologico e paleopatologico degli scheletri individuati nelle tombe in muratura. Le ricerche sono state curate dal Dipartimento di Oncologia – Sezione di Storia della Medicina e Paleopatologia dell’Università di Pisa.

METODOLOGIA DI STUDIO
La determinazione del sesso è stata effettuata secondo le raccomandazioni di Ferembach, di Schwidetzky e di Stloukal (1979). L’età di morte è stata determinata in base allo stato di ossificazione della sinfisi pubica (Todd, 1921; Gilbert e Mc Kern, 1973), in base all’usura dentaria (Lovejoy, 1985), in base al grado di sinostosi delle suture craniche (Meindl e Lovejoy, 1975) e in base alla morfologia della superficie articolare sternale delle coste (Iscan, Loth e Wright, 1984). Riguardo ai bambini, per i quali non è possibile un’attendibile determinazione del sesso, l’età di morte è stata stabilita in base  alla maturazione dentaria (Ubelaker, 1978), al grado di ossificazione delle singole ossa (Scheuer e Black, 2000) e in base alla lunghezza delle diafisi delle ossa lunghe (Stloukal e Hanakova, 1978). I caratteri metrici e morfometrici del cranio sono stati rilevati secondo la metodologia di Martin e Saller (1956-1959), mentre per la valutazione delle misure craniche assolute sono state seguite le stime di Hug (1940). La capacità cranica è stata calcolata seguendo la formula interrazziale di Lee-Pearson. Per il rilevamento dei caratteri discreti relativi al cranio sono state utilizzate le metodologie di vari autori (Berry e Berry, 1967; Finnegan e Faust, 1974; Hauser e De Stefano, 1989; Coppa e Rubini, 1996). Per i caratteri metrici e morfometrici del postcraniale è stata seguita la metodologia di Martin e Saller (1956-1959), mentre per i caratteri discreti e morfologici sono state utilizzate le metodologie di Olivier  (1960) di Finnegan e Faust (1974), di  Mallegni (1978) e di Brothwell (1981). Per il rilievo dei caratteri ergonomici del postcraniale sono stata seguite le metodologie di Dutour (1986), di Blondiaux (1994), di Molleson e Blondiaux (1994), di Kennedy (1989), di Mann e Murphy (1990), di Palfi (1992), di Palfi e Dutour (1996), di Courteaud (1998) e di Capasso (1999). Per stabilire il grado di sviluppo dei marcatori scheletrici di stress funzionali è stato utilizzato il lavoro di Robb (1994). La statura in vita degli adulti è stata calcolata secondo il metodo di Trotter e Gleser (1952, 1958, 1977). E’ stato possibile anche il calcolo della statura di bambini in età perinatale in base alla metodologia di Olivier e Pineau (1960). Per la terminologia, la  descrizione e la classificazione delle patologie scheletriche sono stati seguiti gli standards stabiliti da un gruppo di antropologi e paleopatologi  americani (Aftandilian et alii, 1997).
L’osservazione macroscopica dei resti scheletrici patologici dei resti scheletrici è stata sempre integrata dall’esame radiologico e, in un caso di particolare interesse, dalla TAC.

TIPO DI SEPOLTURA, DISTRIBUZIONE E POSIZIONE DEGLI INUMATI
L’area cimiteriale del castello Monte di Croce comprendeva, per quanto riguarda la prima fase di inumazione (XI secolo), sette tombe a cassa in muratura, due in fossa terragna, uno strato di livellamento (US 40) con presenza di reperti soprattutto infantili e un ossario (US 61) con numerosi individui adulti.
Complessivamente sono presenti 71 individui, di cui 41 subadulti e 30 adulti.
Ogni tomba in muratura conteneva uno scheletro in connessione e resti disarticolati di altri individui. Solo la tomba 73 era bisoma, con all’interno gli scheletri in connessione di una giovane donna e di un bambino.
I bambini erano presenti sia nelle tombe (US 46 e 47) che nelle fosse terragne.
Tutti gli scheletri conservanti la connessione anatomica si presentano in decubito dorsale con le braccia costantemente parallele alla cassa toracica e gli avambracci a volte flessi, a volte allungati lungo i fianchi. Gli arti inferiori sono sempre distesi e paralleli tra loro.
E’ interessante notare la distribuzione topografica degli inumati rispetto al sesso e all’età.
I 7 scheletri di individui adulti ritrovati in connessione nelle tombe in muratura sono risultati tutti di sesso maschile, mentre l’unica femmina in connessione è un’adolescente.
Nell’ossario 61 sono presenti 13 adulti: 6 maschi, 5 femmine e 2 individui di sesso non determinabile. In conclusione, dei 15 adulti di cui è stato possibile determinare il sesso, 9 sono maschi e 5 sono femmine. Il rapporto maschi/femmine risulta di 2,6/1.
La netta predominanza degli individui di sesso maschile non può riflettere la reale situazione biologica nella popolazione vivente. Si può supporre quindi l’esistenza di una selezione sessuale nell’inumazione, dettata verosimilmente da ragioni “culturali”. E’ evidente perciò che l’area cimiteriale era destinata prevalentemente alle sepolture maschili. L’unico scheletro femminile in connessione è stato rinvenuto in una tomba bisoma, sepolto insieme ad un bambino.
Il rapporto maschi/femmine varia notevolmente a seconda che si considerino gli individui nelle tombe e quelli presenti all’interno dell’ossario: il numero delle femmine nell’ossario, pur continuando a prevalere il sesso maschile, è risultato maggiore (1,8/1).
Concentrati in una stessa area, l’area cimiteriale est, sono stati rinvenuti numerosi resti infantili e sepolture di bambini.
La maggior parte delle sepolture di adulti e i resti scheletrici dell’ossario 61, invece, sono situati nell’area cimiteriale ovest.
Questa distribuzione rafforza l’ipotesi di un uso differenziato delle aree di inumazione.
La situazione delle sepolture e degli individui è stata sintetizzata nella seguente tabella:

AREA
SEPOLTURA E US
NUMERO
SCHELETRO
DIREZIONE
SESSO
ETA’
ALTRI INDIVIDUI
Area cimiteriale W
tomba in muratura, US 71
Scheletro 15
Est/ovest
maschio
35-40
4 individui
(2 bambini e 2 adulti).
tomba in muratura, US 73
Scheletro 20
Est/ovest
femmina
17-18
3 individui
(1 bambino di 6 mesi,
1 giovane di 18-20 anni, 1 adulto maturo-senescente, superiore a 50 anni).
Scheletro 21
Est/ovest
non det.
5-6
tomba in muratura, US 67
Scheletro 14
Nord/sud
maschio
50-55
3 individui
(1 femmina, 1 maschio e 1 feto).

Area cimiteriale E

tomba in muratura, US 46
Scheletro 6
Sud/ovest, nord/est
non det.
c. 2
 
fossa terragna,
US 40
Scheletro 2
non documentato
non det.
3-4
2 individui
(1 neonato e 1 bambino sopra i 3 anni).
Scheletro 4
non documentato
non det.
c. 3
tomba in muratura, US 47
Scheletro 7
Nord/ovest, sud/est
non det.
6-7
3 individui
(1 feto, 1 bambino di età non rilevabile, 1 adulto).
tomba in muratura, US 57
Scheletro 13
Sud/nord
maschio
45-50
1 adulto e 5 bambini
(2 neonati, 1 infans di 6-12 mesi, 1 bambino di circa 5 anni, 1 bambino di età non rilevabile).
Scheletro 13 bis
Sud/nord
maschio
c. 35
Sepolture laterali alla chiesa
tomba in muratura, US 59
Scheletro 16
Est/ovest
maschio
35-40
3 individui
(1 adulto, 2 bambini).
Scheletro 18
Est/ovest
maschio
c. 50
Scheletro 19
Est/ovest
maschio
40-45

Tav. I – Tabella riassuntiva dei dati archeologici e antropologici relativi agli scheletri

NOTE DI PALEODEMOGRAFIA
Dei 71 individui che compongono il campione in esame, 55 (40 bambini e 15 adulti) hanno conservato quei distretti che permettono la diagnosi dell’età di morte; per 7 adulti è stato possibile l’inserimento nelle classi di età di Vallois; 9 invece non hanno consentito alcuna diagnosi (8 adulti e 1 bambino).
Il 57,7% del campione è rappresentato da bambini e adolescenti. Inoltre l’82,5% dei bambini moriva nei primi cinque anni di vita. E’ una percentuale elevatissima, anche per un’epoca in cui la mortalità infantile doveva essere molto alta.
Per quanto riguarda gli adulti, la classe di età a cui corrisponde il maggior numero di decessi è quella tra i 40 e i 59 anni. Sono presenti anche alcuni individui di età senile.

CARATTERI EPIGENETICI
Fra tutti i caratteri discontinui, sia cranici che postcraniali, che è stato possibile rilevare, si è notata l’altissima frequenza delle ossa wormiane. Infatti i crani degli individui in connessione, che conservano la sutura lambdoidea, presentano tutti le ossa wormiane, mentre nell’ossario US 61, su 11 crani che hanno conservato la sutura lambdoidea, ben 9 presentano le ossa wormiane.
Nelle popolazioni antiche si calcola che l’incidenza di ossa wormiane sia stata del 20-25%: nel nostro campione è invece del 90%.
Una frequenza così elevata di ossa wormiane appare indicativa dell’esistenza di legami di parentela tra gli individui del campione in studio.

CARATTERI ERGONOMICI
Lo studio paleopatologico classico si è arricchito negli ultimi due decenni di una nuova linea di ricerca che analizza l’impatto delle attività umane sullo scheletro. I microtraumi, dovuti ad attività occupazionali intense e ripetute, sono responsabili di microlesioni dell’osso e delle articolazioni che si presentano sotto forma di entesopatie (alterazioni delle inserzioni muscolari), sindesmopatie (alterazioni delle inserzioni ligamentarie) e artrosi secondarie. Ricerche sempre più approfondite possono definire delle sindromi da patologie “professionali”, attraverso le quali si può risalire allo stile di vita di una popolazione. L’ausilio del contesto storico e archeologico è comunque fondamentale per l’interpretazione delle “tracce” di attività osservate sulle ossa.
Nell’ambito della ricerca delle tracce di stress biomeccanici da attività lavorative, sono state rilevate in particolare, tra i marcatori ossei, le entesopatie e le sindesmopatie.
L’osservazione delle aree di inserzione muscolare, secondo la metodologia di Robb, evidenzia un’intensa attività del cinto scapolare. Le entesopatie sono presenti in tutte le scapole osservate a livello del tricipite e, nel 44% delle clavicole, a livello del deltoide. Inoltre molto alta è la percentuale (54,5%) di sindesmopatie a livello del legamento costo-clavicolare, sindesmopatie che si presentano sia come aree di inserzione a placca sollevata sia come fosse depresse con un centro poroso.
Molto marcate sono anche le inserzioni dei muscoli grande pettorale e grande rotondo, attivi nell’adduzione del braccio, che interessano il 50% degli omeri osservati. Questo indica che gli individui svolgevano attività pesanti che comportavano l’uso abituale di questi muscoli in condizioni di sovraccarico.
Il 47,6% delle ulne presenta entesopatie a livello delle aree di inserzione del muscolo brachiale anteriore, che è flessore dell’avambraccio. Nell’eziologia di tali entesopatie giocano un ruolo importante gli effetti di flessione forzata e ripetuta del gomito.
Il 25% delle ulne presenta l’entesopatia della cresta del supinatore. In questo caso il fattore di stress è la pronazione e la supinazione dell’avambraccio con gomito in estensione.
Nel 50% dei femori osservati si rileva una tuberosità glutea molto sviluppata, espressione di una forte sollecitazione del grande gluteo. Il grande gluteo, se prende il suo punto fisso sul bacino, agisce sul femore estendendolo e ruotandolo lateralmente; se prende il punto fisso sul femore, estende il bacino sui femori. Questo muscolo riveste un’importante funzione nel mantenimento della posizione eretta e nella deambulazione.
Nel 46% dei casi si osserva lo schiacciamento del piccolo trocantere, accompagnato talora dalla presenza di osteofiti in corrispondenza dell’inserzione del muscolo ileopsoas; questo muscolo, se prende il punto fisso sulla colonna e sul bacino, flette la coscia sul bacino, mentre, se prende il punto fisso sul femore, flette il tronco sul bacino. Le entesopatie dell’estremità prossimale del femore, come quelle osservate, indicano che i muscoli estensori e rotatori erano fortemente sollecitati.
Il 61,1% delle tibie presenta la linea obliqua nel punto di inserzione del soleo in rilievo e, in diversi casi, con osteofiti, evidenziando un sovraccarico di questo muscolo. Il soleo estende il piede sulla gamba ma è anche responsabile della flessione plantare della caviglia, quando il ginocchio è parzialmente flesso .

ARTROSI
L’età e la predisposizione genetica giocano un ruolo importante nella comparsa dell’artrosi, anche se non è da sottavalutare il ruolo patogenetico del sovraccarico funzionale in relazione a determinate attività fisiche e lavorative, come dimostra l’incidenza dell’artrosi in determinati mestieri e tipi di attività.

ARTROSI VERTEBRALE
Lo stato di conservazione delle colonne vertebrali non ha permesso uno studio completo. Su otto scheletri in connessione (7 adulti e 1 giovane), soltanto tre presentavano la colonna vertebrale completa. La giovane, come era prevedibile, data l’età, non mostrava alcun segno di artrosi, mentre gli individui 14 e 15 erano affetti da artrosi di grado moderato. Lo scheletro 14 presentava artrosi soprattutto a livello del tratto toracico e lombare, con ostefiti sui bordi dei corpi, con alcune faccette articolari deformate e con alcuni speroni laminari; nello scheletro 15 si rilevano segni lievi di artrosi solo su alcune vertebre toraciche e lombari soprattutto con formazioni osteofitiche sui bordi dei corpi. La conservazione delle altre colonne è molto precaria, tuttavia si possono rilevare segni di osteoporosi e formazioni osteofitiche nella colonna dell’ individuo 18 dell’US 59 e formazioni osteofitiche sui corpi di alcune vertebre toraciche e lombari dello scheletro 13.
In conclusione nessuno degli individui esaminati presenta un’artrosi di grado elevato.
Gli individui in connessione presentano due sole ernie di Schmorl esteriorizzate posteriormente (scheletro 18 - US 59; scheletro 15). Si tratta di aree del nucleo polposo del disco intervertebrale che prolassano, erniandosi, nella spugnosa del corpo vertebrale. Le ernie possono essere dovute a scarsa resistenza del disco intercartilagineo, forse di origine genetica, eventualmente associata all’esposizione della colonna a carichi eccessivi in età giovanile o a deformazioni cifotiche della colonna stessa.

ARTROSI DELLE ARTICOLAZIONI
Le lesioni a carico delle superfici articolari dimostrano una sofferenza della cartilagine articolare sia con lesioni erosive che con aspetti riparativi e metaplastici (neoformazioni ossee).
Il campione in studio non presenta casi di severa artrosi con eburneizzazione e deformazione delle superfici articolari; tuttavia sono molte le articolazioni interessate da forme degenerative, soprattutto a livello dell’articolazione acromio-clavicolare (63,6%), sterno-clavicolare (61,5%) e coxo-femorale (60%).
L’alta percentuale di artrosi a livello delle articolazioni che coinvolgono lo sterno, la clavicola e la scapola, e che hanno interessato anche individui di età non avanzata, suggerisce uno scompenso articolare per sovraccarico funzionale, scompenso che viene confermato dalle impronte muscolari molto marcate che si rilevano sulle stesse ossa. Lo svolgimento in vita di un’attività occupazionale intensa e ripetitiva, che impegnava questo distretto, può spiegare l’alta incidenza riscontrata e l’età, anche non avanzata, d’insorgenza. L’artrosi della spalla (46,1%) sembra, invece, essere strettamente correlata all’età, confermando i risultati di numerosi studi che hanno dimostrato come questa patologia progredisca con il suo avanzare (Jurmain, 1977).
La coxartrosi si manifesta nel nostro campione con lo slargamento del fondo dell’acetabolo, sul quale si forma una rete ossea trabecolare, con un orlo osteofitico lungo il margine acetabolare. In alcuni casi sono presenti anche osteofiti intorno alla fovea del femore.
Si osserva, inoltre, un caso di coxartrosi secondaria ad una deformità congenita: la sublussazione dell’anca, con grave deformazione artrosica della cavità acetabolare e della testa del femore (un individuo dell’US 61).
La presenza di alterazioni artrosiche del gomito (31,8%) e del ginocchio (27,8%) dimostra che il movimento di estensione e flessione dell’articolazione era abituale e sovraccaricato.
Infatti, come è noto, gli agenti locali meccanici incidono più dell’età su queste articolazioni.
Le articolazioni meno colpite sono quelle del polso (14,3%) e della caviglia (9,1%).

MARCATORI MUSCOLO-SCHELETRICI DEI CAVALIERI
Essendo oggetto del nostro studio un gruppo sociale gentilizio, di cui si può ipotizzare una pratica equestre abituale, si è voluto verificare se le ossa degli individui in connessione presentassero alterazioni morfologiche e patologiche collegate a questa attività.
Sono state seguite le indicazioni di diversi Autori (Palfi, 1992; Blondiaux, 1994; Molleson e Blondiaux, 1994) che hanno cercato di individuare i marcatori muscolo-scheletrici dei cavalieri.
L’insieme di queste lesioni, che può essere definito come “sindrome del cavaliere”, è stato rilevato su almeno 4 individui: lo scheletro 13, il 16, l’individuo 18 e l’individuo 19 dell’US 59 (vedi tabella seguente).


SESSO
ETA’
(in anni)
STATURA
(in cm)
PRATICA EQUESTRE
13
M
45-50
178
Molto probabile
13 bis
M
Circa 35
178
Poco probabile
14
M
50-55
167
Probabile
15
M
35-40
165
Poco probabile
16
M
35-40
177
Molto probabile
18
M
Circa 50
180
Quasi sicura
19
M
40-45
180
Quasi sicura
20
F
17-18
167
Poco probabile

Tabella riassuntiva dei marcatori muscolo-scheletrici dei cavalieri

Gli individui che presentano i markers più numerosi sono l’individuo 18 e 19 dell’US 59. In entrambi si riscontrano gli osteofiti a livello della fovea femorale, le alterazioni morfologiche del piccolo trocantere, su cui si inserisce il muscolo ileopsoas, l’ipertrofia della tuberosità glutea e del vasto laterale, gli entesofiti della linea aspra. L’individuo 19 presenta anche l’ipertrofia del medio gluteo, che non è rilevabile nell’individuo 18 per assenza della parte ossea.
Tutte le entesopatie dell’estremità prossimale dei femori indicano il forte impegno dei muscoli estensori e rotatori che partecipano alla postura del cavaliere, inoltre l’ossificazione della linea aspra evidenzia la forte sollecitazione degli adduttori. E’ interessante osservare anche l’ipertrofia della linea solea, sia a destra che a sinistra di entrambi gli individui. Il muscolo soleo non solo è estensore del piede sulla gamba ma, a ginocchio parzialmente flesso, è responsabile della flessione plantare della caviglia; quindi non è fortemente sollecitato soltanto nella deambulazione e nel salto, ma anche nella pratica equestre.
E’ interessante infine l’osservazione che i probabili cavalieri risultano anche gli individui con statura più elevata e, quindi, con alimentazione ottimale.

ALTRE PATOLOGIE
Per quanto riguarda le patologie scheletriche, esse sono state distinte in: sindromi carenziali, anomalie congenite e di sviluppo, patologie infettive e neoplastiche e lesioni traumatiche.
Per le sindromi carenziali, nel nostro campione sono presenti solo 4 casi di cribra orbitalia (piccoli forellini sul tetto delle orbite dovuti a quadri anemici cronici), 3 di grado lieve (1°-2°) e uno di grado moderato (3°), di cui tre presenti nell’ossario US 61 e uno in una tomba di tipo privilegiato (Scheletro 21 - US 73).
Le anomalie congenite sono presenti in due individui: una saldatura di una falangina con una falangetta (US 59 ind. A) e una sublussazione congenita dell’anca (US 61).
Sono stati osservati tre casi di grande interesse paleopatologico. Il primo consiste in una infezione cronicizzata della tibia destra di un maschio con età approssimativa di 35 - 40 anni, deposto in una tomba di tipo privilegiato (US 59 - scheletro 16). La diagnosi differenziale, confermata dall’esame radiografico e dalla TAC, ha permesso di individuare una osteomielite sclerosante di Garré.
Il secondo caso riguarda un maschio di circa 35 anni, affetto da una periostite diffusa in tutto il postcraniale (US 57 - scheletro 13 bis). Sono stati colpiti entrambi i radii, il primo metacarpale sinistro, entrambi i femori, la tibia destra, la fibula sinistra, gli astragali e il calcagno sinistro.
La radiografia ha permesso di osservare l’assottigliamento della corticale e uno slargamento del canale midollare. Pertanto la periostite potrebbe essere correlata ad una sindrome mieloproliferativa. Occorrono però ulteriori indagini, tra cui lo studio istologico, per poter confermare o meno questa ipotesi diagnostica.
Il terzo caso consiste in una lesione da taglio localizzata sull’osso dell’anca di destra in un maschio adulto, vigoroso, di 35-40 anni (US 71 - scheletro 15). La sede del trauma può far ipotizzare che sia stato reciso il legamento ischio-femorale.
La ferita permise all’individuo di sopravvivere per un certo tempo, probabilmente alcune settimane, in quanto l’esame radiografico evidenzia un addensamento osseo intorno alla lesione, segno di un’intensa attività riparativa. Le altre lesioni che hanno interessato il nostro campione comprendono: una ferita cranica da fendente, verosimilmente di spada, con segni di lunga sopravvivenza, in un maschio adulto di oltre 50 anni (US 67 - scheletro 14); una deviazione laterale del coccige, associata a fusione, verosimilmente da parto, nell’adolescente di 17-18 anni sepolta in una tomba di tipo privilegiato; una frattura della cavità glenoidea di una scapola (US 61); una frattura del processo stiloideo di un’ulna (US 61); infine una frattura sopramalleolare di una fibula (US 61).

CONCLUSIONI
Dallo studio paleopatologico dei resti scheletrici del cimitero signorile di Monte di Croce è emerso un gruppo patriarcale a carattere familiare, ben alimentato, vigoroso e caratterizzato da intensa attività fisica, la cui componente maschile esercitava estesamente la pratica dell’equitazione ed era talora esposta a traumi bellici. Si tratta molto probabilmente della famiglia dei da Galiga, la cui presenza nel castello è attestata dalle fonti scritte tra l’XI e la prima metà del XII secolo.
Appare superfluo ribadire la rilevanza scientifica dello studio in corso che, grazie anche all’applicazione di metodi moderni su un materiale particolarmente pregevole, potrà costituire un vero e proprio punto di riferimento per le ricerche future.

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Articolo inserito il 21 maggio 2007 e letto 6182 volte

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