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INDICE DEI CONTENUTI:

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La paleopatologia, definita da Sir Armand Ruffer – uno dei fondatori della disciplina – “lo studio delle malattie nei resti umani antichi”, è diventata in questi ultimi anni una vera e propria branca autonoma della medicina, comprendente storia, archeologia, antropologia ed anatomia patologica1. Essa studia le malattie direttamente nei corpi umani del passato, scheletrizzati o mummificati; pertanto si avvale di un tipo di approccio completamente diverso dalla storia della medicina, che predilige la storia dei medici e delle terapie, e studia anche le malattie del passato, basandosi però esclusivamente sulle fonti storico-letterarie. La  paleopatologia riveste un duplice interesse: antropologico e medico; antropologico, perchè dalle caratteristiche e dall’incidenza delle diverse malattie del passato è possibile risalire, indirettamente, alle abitudini e allo stile di vita delle antiche popolazioni; medico, perchè lo studio dell’origine di alcune importanti malattie dell’epoca attuale, come il cancro e l’arteriosclerosi, e la ricostruzione delle origini e delle prime vie di diffusione delle malattie infettive, non può non suscitare un forte interesse nel campo della medicina 2.

Lo studio delle malattie del passato è progredito enormemente in questi ultimi 30 anni, di pari passo con la medicina attuale, grazie soprattutto alle nuove tecnologie biomediche. Infatti l’applicazione degli anticorpi (immunoistochimica) allo studio dei tessuti antichi ha permesso diagnosi più esatte, mentre nuove tecniche radiologiche, come la tomografia assiale computerizzata (TAC), hanno reso possibile lo studio delle mummie senza metodi invasivi. Infine, lo studio del DNA antico (aDNA) sta rivoluzionando la paleogenetica e le nostre conoscenze sulle malattie infettive del passato.
Nel caso del “Progetto Medici” la paleopatologia, con tutte le sue sofisticate tecniche di indagine, sarà applicata allo studio della celebre famiglia fiorentina, i cui esponenti sono sepolti nelle Cappelle Medicee della Basilica di S. Lorenzo a Firenze (Figura 1).

Figura 1 Figura 2 Figura 3

Due sono, come è noto, i rami principali dell’albero genealogico della famiglia: quello di Lorenzo il Magnifico (1446-1492) e quello dei Granduchi di Toscana, da Giovanni delle Bande Nere (1498-1526) all’ultimo Granduca Gian Gastone (1671-1737). Proprio questa seconda serie,  molto meno indagata dagli antropologi del passato, costituisce l’obbiettivo del “Progetto Medici”3.
Il “Progetto Medici”, sorto da un accordo di collaborazione scientifica fra l’Università di Pisa, l’Università di Firenze e la Soprintendenza per il Polo Museale Fiorentino, condurrà una ricerca archeologica e paleopatologica sulle 49 deposizioni funebri dei Granduchi dei Medici, nelle famose Cappelle Medicee della Basilica di San Lorenzo a Firenze. Lo studio comprenderà: archeologia funeraria, antropologia, paleonutrizione, parassitologia, anatomia patologica, istologia, istochimica, immunoistochimica, microscopia elettronica, biologia molecolare (studio del DNA antico) e identificazione degli agenti patogeni antichi. Praticamente tutte le tecnologie biomediche più moderne saranno utilizzate per una ricostruzione biologica globale, allo scopo di ottenere più informazioni possibili sull’ambiente, lo stile di vita e le malattie di questi importanti personaggi del Rinascimento italiano4.
Per lo studio preliminare dei corpi è stato necessario allestire un vero e proprio laboratorio provvisorio  nella vicina “Cappella Lorenese” (Figura 2), la cripta funeraria dei Granduchi di Lorena, che governarono Firenze e la Toscana dopo i Medici, fino al 1859.
Le esplorazioni hanno avuto inizio nel maggio 2004, con l’apertura della tomba di un personaggio minore, Don Garzia (1547-1562),  giovane figlio di Cosimo I, scelta proprio allo scopo di chiarirne le modalità di giacitura, in quanto già indagata nel 1948 dal prof. Gaetano Pieraccini, noto medico e studioso dei Medici di allora5.
Rimossa la lastra di marmo con l’epigrafe ci trovammo inaspettatamente di fronte ad un enorme lastrone di pietra del peso di alcuni quintali, che fu sollevato mediante un paranco. Comparve allora un loculo pavimentale in muratura con il fondo coperto da uno spesso strato di fango essiccato, testimone della grande alluvione di Firenze del 1966, ed una cassetta metallica con i resti scheletrici di Don Garcia, ancora avvolti in un telo di lino e in eccellente stato di conservazione.
Decidemmo quindi di esplorare una tomba intatta e la scelta cadde, per motivi pratici, su quella di Gian Gastone (1671-1737), l’ultimo Granduca dei Medici (Figura 3); infatti si trattava di una sepoltura posta dietro l’altare delle Cappelle Medicee e quindi piuttosto defilata dal flusso turistico. Si verificò subito un piccolo giallo in quanto, contrariamente alle attese,  sotto la lastra di marmo con l’epigrafe di Gian Gastone non fu rinvenuto alcun loculo. Alla fine, dopo avere rimosso un disco di marmo scuro posto in prossimità del vicino altare e considerato un semplice elemento decorativo del pavimento, comparve un’apertura con una scaletta in pietra che dava accesso ad una cripta sconosciuta.
La cripta funeraria rivelò la presenza di un grande sarcofago, posto su una panchina di pietra davanti alla scala,  da identificarsi evidentemente con quello del Granduca, e di alcune bare lignee, completamente sfasciate, sul pavimento, coperto dal solito strato di fango alluvionale.

Video esclusivo sull'esumazione dell'Ultimo Granduca dei Medici dalla cripta delle Cappelle Medicee di Firenze, condotta dall'equipe di Paleopatologia dell'UniversitÓ di Pisa.

Figura 4 Figura 5 Figura 6
Il tasso di umidità (80-90%) e la temperatura elevata (30°C) imposero, su indicazione dell’Opificio delle Pietre Dure (il grande Istituto di Restauro di Firenze), la climatizzazione computerizzata dell’ingresso della cripta, che eliminò il rischio di danneggiamento dei sarcofagi e dei corpi a causa dell’ingresso di aria esterna durante il lavoro degli archeologi.

Il sarcofago ligneo del Granduca Gian Gastone, apparentemente ben conservato, risultò molto deteriorato a causa dell’umidità. Al suo interno comparve un altro sarcofago di piombo, con una grande croce cristiana sul coperchio.

La deposizione funeraria risultò intatta: il Granduca portava ancora la corona (Fig. 6) e indossava la cappa magna di Gran Maestro dell’Ordine dei Cavalieri di S. Stefano, mentre, ai lati della testa, giacevano due grandi medaglioni d’oro e un crocefisso d’argento, in corrispondenza del torace; ai piedi era stato deposto un grande tubo di piombo, evidentemente con all’interno un documento in suo onore.

Al diritto dei medaglioni, capolavori di Luigi Siries, incisore granducale della prima metà del XVIII secolo, compare un tempio in rovina con due donne, rappresentanti le arti e le scienze, che piangono la morte del Granduca, e la iscrizione in latino “AMPLIATORI  ARTIUM” (al protettore delle Arti). Al rovescio è raffigurato un monumento con il busto del Principe e la Speranza che depone un’ancora vicino ad un’urna funeraria, con l’iscrizione in latino “IO(HANNIS) GASTO(NIS) I ETR(URIAE)  MAG(NUS) DUX VII” (Gian Gastone I, VII Granduca di Toscana) (Fig. 8)6.
In corrispondenza del pavimento, o variamente distribuiti sulla panchina, furono rinvenuti diversi sarcofagi infantili, assai danneggiati dall’alluvione del 1966. L’accurata mappatura dei resti di otto bambini, di età compresa fra la nascita e i cinque anni permise, con il ritrovamento di parti dello stesso individuo in posizioni differenti e distanti fra loro, di avere un’idea degli spostamenti subiti dai sarcofagi e dai corpi nel corso dell’inondazione.
Contro ogni aspettativa, alcune deposizioni infantili apparvero ben conservate. Un bambino di cinque anni conservava ancora le vesti, le scarpe e una corona di argento in eccellenti condizioni di conservazione (Figura 4). La veste, comprendente una giubba di seta rossa con decorazioni floreali e galloni in argento, con colletto basso e bottoni, e pantaloni larghi, al ginocchio, dello stesso tessuto, è risultata incredibilmente  simile a quella di Don Filippino (1577-1582), giovane figlio del Granduca Francesco I, deceduto proprio a 5 anni di età (Figura 5). Altre sepolture come, ad esempio, quella di un bambino di circa nove mesi, avvolto in una preziosa veste di seta con polsini in filo di argento, sono apparse meno ben conservate. L’identificazione definitiva degli otto individui ritrovati, fra lattanti e bambini - evidentemente principi medicei deceduti in tenera età - richiederà l’utilizzo di tecnologie sofisticate, basate sul DNA antico.
Riferiamo ora i primi risultati dello studio paleopatologico.


Cosimo I (1519-1574) [MED6]7, fondatore della dinastia granducale (Figura 6), è apparso un individuo vigoroso,  con  un’età  antropologica  di 50-60 anni, una statura  di  m 1,78, cranio  medio  e naso  stretto8. Le forti inserzioni muscolari degli arti (deltoide, gran pettorale, gran dorsale, bicipite, muscoli dell’avambraccio, muscoli della coscia) depongono per un uomo molto robusto9. I marcatori ossei e funzionali dei cavalieri, cioè le modificazioni dello scheletro dovute alla pratica continua dell’equitazione (artrosi lombo-sacrale; esostosi ed ovalizzazione delle cavità acetabolari; ipertrofia del retto del femore; forte ipertrofia del bicipite del femore, del grande adduttore, del piccolo gluteo, della tuberosità glutea, del pettineo, del vasto laterale e del gastrocnemio; osteofitosi della fovea e della testa del femore nella fossa trocanterica; rotazione e schiacciamento del piccolo trocantere; ipertrofia del soleo molto marcata) 10, sono risultati tutti presenti. La presenza di diverse ernie vertebrali di Schmorl, causate da sovraccarichi ponderali sostenuti nel periodo dell’adolescenza, rivela che il giovane Cosimo si allenò a fondo con le pesanti armature dell’epoca11.

La storia clinica di Cosimo I è stata ricavata da un archivio estremamente ricco di dati, comprendente le relazioni degli ambasciatori e dei medici di corte. A parte alcune malattie minori, come vaiolo, febbri malariche a 24 e 25 anni, “renella” e “febbri catarrali”, il quadro dominante dopo i 50 anni è quello di una grave arteriosclerosi precoce, con paralisi del braccio sinistro, emiparesi destra, instabilità psichica, incontinenza urinaria e, infine, afasia e agrafia (perdita della capacità di parlare e di scrivere). Viene inoltre segnalata una malattia articolare acuta ricorrente, una sorta di artrite, genericamente denominata dai medici di corte  come “gotta”.
Il decesso avvenne a 55 anni, in seguito ad una “febbre catarrale”, probabilmente una broncopolmonite12.
Lo studio paleopatologico rivela che Cosimo I era affetto da artrosi diffusa, sia vertebrale (a livello della colonna toracica basso e lombare) che extravertebrale (a livello dello sterno, delle spalle, dei gomiti, delle anche, delle ginocchia e dei malleoli), con tutta probabilità secondaria alla sua intensa attività fisica13.

La calcificazione e la fusione del legamento vertebrale anteriore di destra (Figura 7) e le calcificazioni diffuse dei ligamenti articolari dimostrano in modo inequivocabile che il Granduca non era affetto da gotta, di cui mancano totalmente i segni articolari, ma da DISH  (dall’acronimo inglese di “iperostosi idiopatica scheletrica diffusa”), una malattia articolare dall’incerta eziologia e legata al diabete e all’obesità14.

Un chirurgo di  corte piuttosto maldestro, per procedere all’autopsia e all’imbalsamazione del corpo15, tentò ben due volte, senza successo, di segare il cranio a livello del parietale destro; solo al terzo tentativo riuscì ad ottenere un taglio orizzontale piuttosto grossolano. Il cranio fu infine aperto facendo leva con uno scalpello e danneggiando seriamente la teca cranica in tre punti (Figura 8).

Figura 7 Figura 8 Figura 9

La granduchessa Eleonora di Toledo (1522-1562) [MED5] (Figura 9), figlia del viceré di Napoli e sposa di Cosimo I, è apparsa una donna con un’età antropologica di 36-46 anni, alta m 1,58, con cranio medio-basso, orbite alte e faccia e naso stretti16. Le inserzioni muscolari (deltoide, gran dorsale, flessori e supinatore dell’avambraccio, muscoli della coscia, soleo della gamba destra) depongono per un’attività muscolare più che buona e, probabilmente, per una discreta pratica dell’equitazione17.
La storia clinica di Eleonora di Toledo è dominata dal gran numero di parti. Infatti, da 18 a 32 anni, dette alla luce ben 11 bambini. Probabilmente proprio per questo motivo, si ammalò a 29 anni di tubercolosi polmonare, malattia che, insieme ad un attacco di malaria perniciosa, doveva condurla a
morte all’età di 40 anni18. Un famoso ritratto del Bronzino la raffigura proprio a questa età, ormai emaciata e sofferente.

Lo studio paleopatologico rivela che Eleonora, durante l’infanzia, fu affetta da una lieve forma di rachitismo - evidentemente il sole di Napoli non raggiungeva le stanze del palazzo del vicerè! - come dimostra la leggera curvatura delle tibie19.

Presenta inoltre, a livello del bacino, i segni scheletrici (esteso solco pre-auricolare, fossetta retro-pubica) dei numerosi parti sostenuti20.
Al momento del decesso Eleonora di Toledo era affetta da una grave patologia dentaria, con numerose carie destruenti, evidentemente in conseguenza delle numerose gravidanze.
Eleonora soffriva inoltre di una leggera artrosi della colonna (a livello atlanto-occipitale, toracico basso e lombare alto) e delle grandi articolazioni (a livello della spalla, del gomito, del polso, dell’anca, delle caviglie)21.

Lo scheletro del cardinale Giovanni (1543-1562) [MED3], secondo figlio di Cosimo I e di Eleonora, è risultato quello di un giovane con un’età antropologica di 19 anni ed una statura di m 1,75.
La storia clinica segnala che il giovane cardinale, e arcivescovo di Pisa, morì nell’ottobre 1562 per malaria perniciosa, contratta in Maremma durante una visita di stato a Grosseto con i genitori ed i fratelli Garzia e Ferdinando22.
Lo studio paleopatologico ha evidenziato una carie penetrante, con ascesso, del primo molare superiore di sinistra e un quadro di lieve ipoplasia dello smalto, che suggerisce due episodi di stress, nutrizionali o morbosi, all’età di 2 e 3 anni. Alcune ernie di Schmorl, presenti sui corpi vertebrali toracici e lombari, rivelano che, durante l’adolescenza, la colonna di Giovanni fu sottoposta a notevoli sovraccarichi ponderali, verosimilmente per allenarsi all’uso delle armi23.

Lo scheletro di don Garzia (1547-1562) [MED4], settimo figlio di Cosimo I and Eleonora, anche lui deceduto per malaria perniciosa come la madre e il fratello Giovanni24, appartiene ad un adolescente di 15-16 anni , alto m 1,67.
Lo studio paleopatologico rivela una carie non penetrante del primo molare superiore di sinistra e alcune, evidenti linee di ipoplasia dello smalto, che attestano episodi di stress all’età di 2, 3 e 4 anni.

Il Granduca Francesco I (1541-1587) [MED11] (Figura 10), figlio primogenito di Cosimo, è apparso, allo studio antropologico, un uomo longilineo ma vigoroso, con un’età antropologica di 40-50 anni, una statura di m 1,74, cranio medio e naso stretto25. Infatti le inserzioni muscolari del deltoide, del gran pettorale, del gran dorsale, del bicipite e dei muscoli dell’avambraccio risultano tutte assai pronunciate26. I marcatori scheletrici dei cavalieri (artrosi lombo-sacrale; esostosi ed ovalizzazione delle cavità acetabolari; ipertrofia del retto del femore; forte ipertrofia del bicipite del femore, del grande adduttore, del piccolo gluteo, della tuberosità glutea, del pettineo, del vasto laterale e del gastrocnemio; osteofitosi della fovea e della testa del femore nella fossa trocanterica) 27 sono, come nel padre, quasi tutti presenti.
Questi nuovi dati antropologici ribaltano totalmente lo stereotipo tradizionale di un principe intellettuale e sedentario, il cosiddetto “principe dello studiolo” secondo la definizione di Luciano Berti, completamente dedito ai propri studi28. Al contrario, Francesco risulta un uomo fisicamente molto attivo.
Anche la storia clinica di Francesco I è ben nota dai documenti di archivio. A parte alcune malattie meno gravi, come una bronchite a venti anni e una polmonite a trentotto anni, Francesco I, dai trentacinque anni in poi, diventò piuttosto obeso e soffrì ripetutamente di “renella”, con coliche; morì a 46 anni, verosimilmente in seguito ad un attacco di malaria perniciosa29.
Egli ebbe una vera e propria passione per gli studi alchemici, che praticò anche con un discreto successo (Figura 11). Riuscì infatti a fondere il cristallo di rocca e a produrre, nella fornace annessa al laboratorio alchemico di Palazzo Pitti, la cosiddetta “porcellana medicea”30. Come alchimista passava gran parte del suo tempo in laboratorio e fu certamente esposto ad intossicazioni croniche che lo studio tossicologico, attualmente in corso, potrà forse documentare.

Figura 10 Figura 11 Figura 12
Figura 13 Figura 14 Figura 15

Le “voci” del suo assassinio tramite veleno - insieme alla moglie, la  Granduchessa Bianca Capello - da parte del fratello Ferdinando, che gli successe sul trono, sono da ritenere quasi certamente false31.
Lo studio paleopatologico rivela che Francesco I era affetto da una modesta artrosi vertebrale ed extra-vertebrale32. E’ stata rilevata anche la  sezione del corpo dello sterno, praticata per accedere al torace nel corso dell’autopsia e dell’imbalsamazione33.

Giovanna d’Austria (1547-1578) [MED8], figlia dell’imperatore  Ferdinando I d’Asburgo e prima moglie di Francesco I, viene descritta dalle cronache dell’epoca come una donna molto devota; il dato è stato confermato dal ritrovamento nella cassa di un’antica corona del rosario.
La Granduchessa, come risulta dai ritratti, era una donna poco attraente (Figura 12); alcune fonti contemporanee la descrivono addirittura come “gobba”.

Giovanna superò cinque difficili gravidanze, con parto quasi sempre distocico, e morì a 31 anni, durante l’ultimo parto, in seguito a rottura dell’utero34.
Ho voluto riportare integralmente la cronaca del decesso e il risultato dell’esame autoptico dell’epoca, pubblicati dall’ostetrico Resinelli nel 1912:
«…la Ser.ma Gran Duchessa come hebbe desinato, che erano circa diciassette hore, si levò da tavola con certe dogl(i)e, le quali non furono molto grandi, et alle 20 hore et 1/2, gettò gran copia d'acqua… et alle 4 hore in circa, apparve un braccio del putto vivo, et si battezzò, et poco di poi morse. La levatrice todesca, quale Sua Alt. Ser.ma haveva fatta venire dalla Magna con destrezza… cercò di rimettere dentro il braccio per dirizzare il parto… In questo mezzo che fu circa le 5 hore partorì la seconda, il che arrecò gran meraviglia a’ medici, non parendo possibile che potesse passare, essendo di già apparito il putto… alle 23 hore, cercando il cerusico con consenso di Sua Altezza Ser.ma con grandissima diligentia, et senza alcuna violenza, se poteva cavare il putto, prese il braccio, et appena toccollo, lo cavò fuora et cercando se poteva cavare il capo, per esser'alto non lo arrivava così facilmente, onde Sua Altezza Ser.ma non potendo star più a disagio volse si lasciassi stare con dire, che si mancava, et così era perché haveva di già perso il polso sinistro, et l'altro molto fiacco, che a gran fatica si trovava, onde i medici si confermorno più nella loro opinione che non fussi da tentar altro… et che fusse meglio lasciarla vivere quel poco di vita che gli restava, senza più travagliarla; alle 5 hore et mezzo passò all'altra vita.
Il giorno seguente, che fu il Venerdì, si aperse, et si trovò il putto fuora della matrice et il collo della matrice stracciato, cosa che come non più veduta fece maravigliare i medici, et insieme conoscer la cagione perché la seconda era passata. Nel resto del corpo era male disposta, perché 1'haveva la spina giù basso, torta a modo d'un esse maiuscola, il che era cagione che quando partoriva, i parti si gittassero da quella banda, come fece ancora questo, ma con maggiore impeto, poiché stracciò il collo della matrice; haveva il fegato duro bianco senza sangue, lo stomaco sottile come un velo, i polmoni appiccati al petto et infiammati, nel resto stava bene»35

Giovanna d’Austria è apparsa una donna con un’età antropologica di 25-35 anni, una statura di m 1,57, cranio ed orbite medio-basse, faccia e naso stretti36. Le inserzioni muscolari attestano un’attività fisica molto limitata. Da segnalare, anche in questo caso, la sezione del corpo dello sterno per l’autopsia e l’imbalsamazione.
Lo studio paleopatologico evidenzia una vera e propria “collezione” di patologie, per lo più di origine congenita. Giovanna era portatrice di un accentuato prognatismo (proiezione anteriore della mandibola), eredità del famoso “labbro degli Asburgo” (Figura 13). Presentava inoltre una marcata iperostosi della teca cranica, con un ispessimento di ben 1 cm, e un’amelogenesi  imperfetta, cioè una grave malformazione delle corone dentarie, in particolare di quelli anteriori37. Da segnalare anche una sublussazione congenita bilaterale delle anche38. Il bacino mostra evidenti segni dei numerosi parti difficili, come enormi fosse retro-pubiche e profondi solchi pre-auricolari del sacro39.
La deformità più grave consiste però in un’accentuata scoliosi ad “S” della colonna lombare (Figura 14) che, unitamente alla vistosa deformità del bacino, spiega bene i parti difficoltosi e, infine, la morte per rottura di utero.

Lo scheletro della principessa Anna (1569-1584) [MED10], terza figlia di Francesco I, è quello di un’adolescente di sesso femminile con un’età antropologica di 14-16 anni,  alta m 1,58, con cranio medio, alto e naso stretto. I caratteri ergonomici, che mostrano inserzioni muscolo-tendinee lievi-medie, depongono per una discreta attività fisica.
Dal punto di vista clinico sappiamo che Anna morì in seguito ad un episodio di emottisi (emorragia delle vie aeree superiori), verosimilmente di origine tubercolare.
Lo studio paleopatologico ha rivelato che Anna, come la madre Giovanna d’Austria, era affetta da una sublussazione congenita bilaterale dell’anca, e da spina bifida, con apertura totale del canale sacrale.

Lo scheletro di Ferdinando I (1549-1609) [MED12], quarto Granduca di Toscana (Figura 15), rivela un uomo vigoroso con età scheletrica di 55-65 anni e una statura di 1,73 m40.
Le inserzioni muscolari sono quelle di un individuo molto robusto41. I marcatori scheletrici associati alla  pratica abituale dell’equitazione (esostosi ed ovalizzazione delle cavità acetabolari; ipertrofia del retto del femore; forte ipertrofia del bicipite del femore, del grande adduttore, del piccolo gluteo, della tuberosità glutea, del pettineo, del vasto laterale e del gastrocnemio; osteofitosi della fovea e della testa del femore nella fossa trocanterica) sono quasi tutti presenti42, in accordo con la sua fama di abile cavaliere.
Ferdinando I sopravvisse a diverse malattie, compreso un grave episodio di malaria perniciosa all’età di 14 anni e alcune bronchiti; dopo i 41 anni divenne piuttosto corpulento.
Dall’età di 33 anni fino alla morte soffrì di frequenti attacchi acuti di gotta, generalmente al piede sinistro, tipicamente localizzati all’alluce. Infine, la morte fu causata da arresto cardiaco con idropisia e occlusione intestinale all’età di 60 anni43.
Lo studio paleopatologico rivela che Ferdinando I era affetto da artrosi della colonna, dello sterno, delle anche e delle ginocchia, probabilmente secondaria alla sua intensa attività fisica44. L’ossificazione del legamento vertebrale anteriore di destra a livello dei corpi di T5-T11 e le diffuse ossificazioni dei legamenti dimostrano che Ferdinando, come suo padre Cosimo, era affetto da DISH o iperostosi idiopatica scheletrica diffusa (Figura 16)45.

E’ presente un difetto “a scodella” della superficie articolare interfalangea del dorso dell’alluce sinistro, con distruzione parziale del piatto subcondrale (Figura 17). La lesione, circondata da un evidente orletto sclerotico - come mostra chiaramente l’esame radiologico - coinvolge entrambe le falangi ed è tipica della gotta cronica46.
I documenti d’archivio contengono una descrizione accurata di un tipico attacco di gotta, come riportato dal medico di corte Giulio Angeli:
Hieri la gotta cominciò a pizzicare il Gran Duca nel dito grosso del piede sinistro, e poi ha seguitato di venire innanzi con assai impeto, et questa notte è enfiato il dito et infiamato et ha dato dolore” (2 aprile 1591)47.
La dentatura mostra una grave malattia parodontale e numerose carie penetranti e destruenti con ascessi periapicali. Al momento del decesso, una larga cavità ascessuale, con perdita del primo e del secondo molare mandibolare di destra, era in corso di guarigione48.
A questo proposito, l’ambasciatore della Repubblica di Lucca Bartolomeo Cenami riferisce infatti che: (il Granduca) “spesso, allora e nel passato, soffriva di denti” (23 giugno 1606)49.
All’autopsia, il chirurgo di corte tagliò i tessuti molli con una lama molto sottile, come mostrano alcune fini incisioni orizzontali ed oblique visibili sul parietale e sul temporale di destra;
aprì quindi il cranio con un accurato taglio orizzontale, ottenuto con una sega da osso.

Figura 16 Figura 17 Figura 18

Lo scheletro della Granduchessa Cristina di Lorena (1565-1636) [MED21], moglie di Ferdinando I, rivela una donna in età senile, di 60-70 anni, alta m 1,63 (Figura 18)50.

Anche lo sterno di Cristina era stato sezionato nel corso dell’autopsia.
La “storia clinica” di Cristina evidenzia un gran numero di parti. Infatti, tra i 25 e i 39 anni, dette alla luce ben 9 figli, oltre ad un aborto. Dopo essere sopravvissuta a diverse malattie non gravi, come una bronchite acuta all’età di 28 anni, vaiolo a 29 anni, febbre intestinale a 31, febbri malariche a 36-37 e problemi di cataratta a 69, morì per ictus all’età di 72 anni51.
Lo studio paleopatologico mostra un’iperostosi congenita (circa 1 cm) della volta cranica, moderata artrosi vertebrale ed extravertebrale, e una totale perdita di denti intra vitam con gli esiti di una larga cavità ascessuale in corrispondenza del terzo molare mandibolare di sinistra.
La grave scoliosi con concavità destra del tratto toraco-lombare, formante un angolo di circa 90° (Figura 19) , fu causata dal collasso laterale a cuneo del corpo della 12a vertebra toracica e della 1a lombare, con relativa, parziale fusione. L’assenza di fratture e di osteoporosi depone fortemente per un’eziologia statica o giovanile di questa grave deformità della colonna52.

Il principe Carlo (1595-1666) [MED29], figlio minore di Ferdinando I, divenne cardinale nel 1615 e decano del Sacro Collegio nel 1652 (Fig. 20). Lo scheletro è quello di un individuo senile di oltre 60 anni, alto m 1,7053, affetto da grave osteoporosi, in particolare degli arti inferiori.  Si osservano due tagli trasversali sulla superficie anteriore del corpo dello sterno; le estremità sternali della IV, V, VI e VIII costa di destra, e della V di sinistra, appaiono sezionate, probabilmente con cesoie.
Dal punto di vista clinico, sappiamo che, all’età di 8 anni, fu affetto da tubercolosi della colonna toracica alta o cervicale (morbo di Pott). A partire dall’età di 24 anni soffrì di un disturbo articolare acuto dei piedi, delle mani e delle ginocchia, diagnosticato come “gotta” dai medici dell’epoca. I documenti riferiscono di 18 gravi attacchi dall’età di 35 fino a 59 anni, con peggioramento tra 60 e 65 anni. Da 50 a 70 anni di età fu affetto da bronchiti ricorrenti ed infine il decesso fu causato da una  broncopolmonite54.
Lo scheletro facciale mostra una marcata ipoplasia del corpo mandibolare destro, con deviazione a destra del volto (Figura 21) e probabile torcicollo cronico, come appare chiaramente in una rara incisione.
Si osserva inoltre la fusione congenita dell’atlante con l’occipitale. Anche le faccette articolari e i tratti posteriori dei corpi dalla I fino alla V vertebra cervicale risultano fusi, con riduzione degli spazi intervertebrali e formazione di un blocco C1 e C5 (Figura 22). Questa anomalia congenita della colonna cervicale, nota come sindrome di Klippel-Feil, è frequentemente associata a torcicollo55.

Un secondo blocco, che coinvolge i corpi vertebrali con collasso a cuneo, fusione e formazione di una cifosi angolare, si osserva a livello di C6-C7 (Figura 22). E’ presente altresì una periostite diffusa della superficie interna delle coste. In conclusione, siamo di fronte agli esiti di quella tubercolosi vertebrale (morbo di Pott) del tratto cervicale inferiore, con gibbo angolare56, che colpì il futuro cardinale ad 8 anni di età, ben descritta nei documenti d’archivio.

Figura 19 Figura 20 Figura 21
Figura 22 Figura 23 Figura 24

Ferdinando chiamò a Firenze, per curare suo figlio, uno dei più famosi medici dell’epoca, Girolamo di Fabrizio d’Acquapendente, professore di chirurgia all’Università di Padova ed antesignano dell’ortopedia (Figura 23).
L’Acquapendente applicò a Carlo, che cominciava a diventare gobbo:
“…un istrumento di ferro, che spinga, et adduca le vertebre all'opposto luogo, e perciò io ho preparato un usbergo, o corsaletto di ferro con certi istromenti fatti a giro (detti per ordinario dal volgo vite) (i quali) spingendo le vertebre sconcie, poco a poco le riducano al proprio loro sito57 (Figura 24).

Lo scheletro mostra i segni di una malattia articolare anchilosante, simmetrica ed estremamente grave, delle grandi e piccole articolazioni, caratterizzata da:

  • fusione del gomito sinistro (in flessione a 55°) (Figura 25));
  • fusione bilaterale del polso, delle ossa carpali e di alcune ossa delle dita (Figura 25);
  • fusione dell’articolazione sacro-iliaca;
  • fusione delle ginocchia (in flessione a 90°) e delle rotule;
  • fusione delle ossa tarsali e metatarsali.

Questi dati dimostrano, insieme alla grave osteoporosi, in particolare degli arti inferiori, la totale inabilità del Cardinale negli ultimi anni di vita, come riferito dai documenti di archivio. Infatti, a partire dal 1658 (all’età di 63 anni), il cardinale non fu più in grado di firmare le lettere o i documenti.
In una lettera ad un nipote scrive: “V.(ostra) A.(ltezza) mi scusi se non li scrivo di mio pugno, perché la mano non sta a suo segno” (4 dicembre 1658)58.
Il quadro “clinico” e patologico suggerisce fortemente una grave poliartrite simmetrica, forse psoriasica. Lo studio molecolare è tuttora in corso.

L’osteocondrite dissecante è una condizione morbosa che si sviluppa in risposta a ripetuti traumi, specialmente in individui giovani e fisicamente attivi64.
Nel caso del principe Francesco queste due lesioni possono essere connesse con uno strenuo allenamento nell’uso delle armi, in particolare l’arco lungo, da parte di un individuo non particolarmente allenato. Infatti, molti archi lunghi sono presenti nell’armeria medicea di questa epoca.

Lo studio preliminare dei resti scheletrici di 8 bambini tra 0 e 5 anni di età ci ha permesso di diagnosticare tre casi di rachitismo (a) e tre casi di iperostosi porotica (b), dei quali due piuttosto gravi. E’ molto probabile che il rachitismo fosse causato dalla scarsa esposizione alla luce del sole dei bambini nell’ambiente delle corti rinascimentali, mentre l’iperostosi porotica, indice di quadri anemici, era verosimilmente determinata da un allattamento particolarmente prolungato.
Lo studio antropologico dell’individuo MED40.39 dalla cripta del Granduca Giangastone, soprannominato “il bambino dalla giubba rossa”, ha mostrato un individuo di circa 5 anni, con una statura di circa m 1,1565.
Il bambino è certamente don Filippino, figlio primogenito del Granduca Francesco I, che morì nel 1589, proprio all’età di 5 anni66. (Fig.28)
Lo studio paleopatologico mostra un’evidente idrocefalia67 (Figura 29) e un lieve rachitismo, con incurvamento della tibia e della fibula68. Anche un ritratto di don Filippino, dipinto nello stesso anno della morte (1582), mostra un quadro di non grave idrocefalia, caratterizzato da impianto basso dei padiglioni auricolari e delle orbite, e da evidente espansione della volta cranica (Figura 30).
I documenti d’archivio contengono la relazione sull’autopsia di don Filippino, che fornisce una descrizione dettagliata di un tipico quadro di idrocefalia:
A’ dì 29 di marzo morse il gran principe di Firenze, Filippo…Seppellissi in S. Lorenzo. Gli stessi medici che lo avevano medicato così fisici come cerusisci, gli segorno la testa, levandone la forma come d’una scodella dove trovorno sotto il primo panno, sopra il cervello, presso a uno bicchier d’acqua; la quale pensorno e credettero tutti conformi che fussi stata la vera causa della morte sua” (Lapini,  Diario fiorentino, 1589)69
…”il Principe si fece sparare et si trovò il capo pieno d’acqua”(Lettera del Granduca Francesco I  al fratello, il Cardinale Ferdinando, 7 aprile 1589)70.

Figura 25 Figura 26 Figura 27
Figura 28 Figura 29 Figura 30

Il principe Francesco (1594-1614) [MED13] (Figura 26), figlio cadetto del Granduca Ferdinando I, morì all’età di 20 anni per una malattia intestinale acuta, probabilmente tifo addominale59. Lo studio antropologico rivela un giovane di 18-23 anni, alto m 1,8060, con inserzioni muscolari forti, ma non particolarmente sviluppate61. Sappiamo che Francesco iniziò la carriera militare all’età di 15 anni, e che nel 1613, a soli 19 anni, guidò l’esercito Toscano contro il Duca di Savoia62.
All’autopsia, il chirurgo di corte aprì il cranio con un accurato taglio obliquo, ottenuto con una sega chirurgica. Anche il manubrio dello sterno rivela una profonda incisione trasversale.
Lo studio paleopatologico rivela, oltre ad una leggera artrosi delle grandi articolazioni (molto rara nei giovani), due interessanti lesioni, probabilmente associate: la presenza a destra di un osso acromiale e di osteocondrite dissecante del ginocchio sinistro.
L’osso acromiale consiste nella mancata fusione dell’acromion della scapola (Figura 27), un carattere molto raro (0,5%) nelle popolazioni contemporanee. La lesione è risultata invece assai frequente in due campioni scheletrici di arcieri inglesi del XV e XVI secolo63.

Mi sono limitato a riferire solo i primi, parziali risultati dello studio di 20 personaggi sepolti nelle Cappelle Medicee, compresi 8 bambini. Gli esami di laboratorio sono ancora in corso.
Restano da esplorare altre 29 sepolture, in gran parte intatte.
Sono convinto che questo studio multidisciplinare accrescerà in maniera straordinaria le nostre conoscenze sulle malattie e sullo stile di vita dei membri della famiglia granducale, così importante per la storia della Toscana e del Rinascimento italiano71.

In conclusione, riportiamo l’elenco delle patologie dei Medici diagnosticate fino ad ora:

MALATTIE

Congenite

sindrome di Klippel-Feil, iperostosi cranica,
sublussazione dell’anca,
idrocefalia, amelogenesi imperfetta

Articolari

artrosi, DISH, poliartrite anchilosante

Rachidee

scoliosi

Metaboliche

iperostosi porotica, rachitismo, gotta, osteoporosi

Infettive

tubercolosi

Occupazionali

osso acromiale, osteocondrite dissecante

Dentarie

carie, ascessi, malattia periodontale

 

GINO FORNACIARI


NOTE:

  1. AUFDERHEIDE A.C., RODRIGUEZ-MARTIN C., Human Paleopathology. Cambridge, Cambridge University Press, 1998, pp. 1-10.
  2. GRMEK M.D., Les maladies à l’aube de la civilisation occidentale. Paris, Payot, 1983.
  3. SOMMI PICENARDI G., Esumazione e ricognizione delle ceneri dei Principi Medicei fatta nell'anno 1857, Processo verbale e note, Archivio storico italiano serie V 1888; 1-2: 5-53.
  4. FORNACIARI G., BRIER B., FORNACIARI A., Secrets of the Medici. Archaeology 2005; 58/4: 36-41.
  5. GENNA G., Ricerche antropologiche sulla famiglia dei Medici, Atti dell'Accademia Nazionale dei Lincei, Classe di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali, Serie VIII 1948; 15: 589-593.
  6. LIPPI D., BIETTI M., The last Medici. Archaeology 2005; 58/4: 41.
  7. Le sigle degli individui corrispondono a quelle della ricognizione granducale del 1857. SOMMI PICENARDI G., nota 3.
  8. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., The human skeleton in forensic medicine. Springfield, Charles C. Thomas, 1986.
  9. ROBB J.E., Skeletal signs of activity in the Italian Metal Ages, methodological and interpretative notes. Human Evolution 1994; 9: 215-229.
  10. BELCASTRO M.G., FACCHINI F., NERI R., MARIOTTI V., Skeletal markers of activity in the early Middle Ages necropolis of Vicenne-Campochiaro (Molise, Italy). Journal of  Paleopathology 2001; 13: 9-20.
  11. WEISS E., Schmorl’s nodes: a preliminary investigation. Paleopathology Newsletter 2005; 132: 6-10.
  12. PIERACCINI G., La stirpe dei Medici di Cafaggiolo. vol. 2. Firenze, Nardini Editore. 1986, pp.32-47.
  13. ORTNER D.J., Identification of pathological conditions in human skeletal remains. San Diego, Academic Press. 2003, pp.546-558.
  14.   ORTNER D.J., nota 10, 558-560.
  15. FORNACIARI G., MARINOZZI S., Le mummie e l'arte medica: per una storia dell’imbalsamazione artificiale dei corpi umani nell’evo Moderno. Medicina nei Secoli, Supplemento1, 2005.
  16. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., nota 5.
  17. ROBB J.E., nota 6.
  18. PIERACCINI G., nota 11, pp.64-68.
  19. ORTNER D.J., nota 10, pp.393-398.
  20. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., nota 5.
  21. ORTNER D.J., nota 10, pp.546-558.
  22. PIERACCINI G., nota 11, pp.112-115.
  23. WEISS E., nota 10.
  24. PIERACCINI G., nota 11, p. 122.
  25. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., nota 5.
  26. ROBB J.E., nota 6.
  27. BELCASTRO M.G. et al., nota 7.
  28. BERTI L., Il Principe dello Studiolo. Francesco I de’ Medici e la fine del Rinascimento fiorentino. Pistoia, Maschietto Editore, 2002.
  29. PIERACCINI G., nota 11, pp.147-159.
  30. LIVERANI G., Catalogo delle porcellane dei Medici. Roma, Istituto Poligrafico dello Stato-Libreria dello Stato. 1936
  31. . PIERACCINI G., nota 11, 154-159. Recentemente questa vecchia e ormai screditata leggenda, ampiamente diffusa all’epoca dai nemici dei Medici,  è stata “riesumata” (Mari F., Polettini A., Lippi D., Bertol E., The mysterious death of Francesco I de' Medici and Bianca Cappello: an arsenic murder? British Medical Journal 2006; 333: 1299-1301.). In estrema sintesi i tossicologi Francesco Mari, Elisabetta Bertol, Aldo Polettini e la storica della medicina Donatella Lippi hanno analizzato alcuni frammenti organici ritenuti di fegato, ritrovati alcuni anni fa nella cripta della chiesa di Bonistallo ed attribuiti a Francesco I e Bianca Cappello in seguito al ritrovamento di un documento che testimoniava come le viscere dei due sposi vi fossero state sepolte dopo l'autopsia. Secondo gli Autori, l’analisi chimica avrebbe rivelato presenza di arsenico e il DNA di uno dei due frammenti organici sarebbe risultato compatibile con quello di un frammento di cute con peli di barba fortunosamente ritrovato nella cassetta di zinco dove le ossa di Francesco I erano stati rideposte da Gaetano Pieraccini dopo lo studio antropologico effettuato nei primi anni ’50 dello scorso secolo. Di qui l’annuncio della scoperta dell’avvelenamento, ripreso trionfalmente dai media. Purtroppo, contrariamente a quanto dichiarato dagli Autori, nella cassetta di zinco di Francesco I, riesumato dallo scrivente nelle Cappelle Medicee nel 2004, non c’era alcuna traccia di materiali organici, ma solo resti dei tessili che avvolgevano le ossa, peraltro ben ripulite ed ampiamente manipolate dagli antropologi degli anni '50. Quindi è da ritenere che il DNA ritrovato e confrontato con quello dei resti organici di Buonistallo, non sia quello originale di Francesco I, ma sia dovuto ad inquinamento da DNA moderno. Inoltre era consuetudine comune, dopo l'autopsia, trattare i visceri asportati con composti arsenicali, per favorirne la conservazione. Anche dal punto di vista della sintomatologia l’ipotesi dell’avvelenamento appare poco plausibile, in quanto Francesco I presentava febbre elevata e intermittente (Pieraccini), mentre l’avvelenamento da arsenico è caratterizzato da vomito senza febbre (Harrison). Quindi l'avvelenamento resta soltanto una semplice ipotesi. Infine, l’ossario di Buonistallo, che nei secoli deve avere ospitato centinaia di corpi, non è stato scavato con tecniche archeologiche. Riportiamo un commento all’articolo, pubblicato sulla stessa rivista,  che chiariscono bene l’inconsistenza di questa ipotesi romanzesca:
     “In my quality of scientific director of the Medici Project (1,2) I feel bound to comment this article, which is important for various historical aspects. In brief, the key of the entire study seems to be “a few beard hairs with one small fragment of skin tissue still attached”, which made it possible to establish a “high degree of similarity with the DNA” of three different pieces of “dry, thick, and crumbly material … collected within the broken terracotta jars” in the crypt of the church of Santa Maria a Bonistallo near Florence. On this basis, the Authors claim that it is “highly probable that these soft tissues were among those extracted from the body of Francesco I at autopsy”. These results are by no means possible, simply because Francesco I appeared, at re-exhumation carried out in December 2004, totally skeletonised and disarticulated in the small zinc coffin used to re-bury the skeletal remains of the Grand Duke after exhumation in the 40’s, and the skull showed no traces of soft tissues, skin or beard! Moreover, the Authors do not provide any information about the method adopted for identification of the ancient DNA (microsatellites, mithocondrial DNA?) or about the molecular size of the DNA fragments, nor do they explain whether the DNA extractions were performed in a laboratory designed for ancient DNA manipulation (where modern human samples are not processed!). On the contrary the published data is consistent with contamination by modern DNA and, consequently, the hypothesis of arsenic poisoning is also to be rejected. Furthermore, owing to the very frequent use of arsenical mixtures in embalming and visceral processing by the contemporary surgeons (3), it is impossible to establish whether the high arsenic concentrations in the specimens were obtained in vita or after death. Finally, some “minor” but not less important questions should be asked regarding the findings in the crypt of the church of Santa Maria a Bonistallo: is there an archaeological report on the excavations and on the stratigraphic position of the “broken terracotta jars”? Were the fragments examined – and dated – by a post-medieval archaeologist? This information is very important because the two small crucifixes, typical of 18th and 19th century, are clearly more recent than October 1587, date of the alleged murder. In conclusion, the article “The mysterious death of Francesco I de’ Medici and Bianca Cappello: an arsenic murder?” quite appropriately finishes with a question mark!”
    References:
    1. Fornaciari G, Brier B, Fornaciari A. Secrets of the Medici. Archaeology, 2005; 58: 16-19.
    2. Fornaciari G, Vitiello A, Giusiani S, Giuffra V, Fornaciari A. The "Medici Project": First Results of the Explorations of the Medici Tombs in Florence (15th-18th centuries), Paleopath Newsl, 2006; 133:15-22.
    3. Marinozzi S, Fornaciari G. Le mummie e l'arte medica: per una storia dell’imbalsamazione artificiale dei corpi umani nell’evo Moderno. Roma: Medicina nei Secoli, Supplemento, n.1, 2005.
    In Fornaciari G., The mystery of beard hairs, bmj.com 29 Dec 2006.
  32. ORTNER D.J., nota 10, pp.546-558.
  33. FORNACIARI G., MARINOZZI S., nota 12.
  34. PIERACCINI G., nota 11, pp.128-131.
  35. PIERACCINI G., nota 11 p. 131, Relatione del parto della Ser.ma Gran Duchessa di Toscana, Strozziane, Ia serie, fil. XXXII.
  36. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., nota 5.
  37. AUFDERHEIDE A.C., RODRIGUEZ-MARTIN C., nota 18, p.405.
  38. ORTNER D.J., nota 10, pp.471-474.
  39. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., nota 5.
  40. Ibidem
  41. ROBB J.E., nota 6.
  42. BELCASTRO M.G. et al., nota 7.
  43. PIERACCINI G., nota 11, p.297.
  44. ORTNER D.J., nota 10, pp.546-558.
  45. ORTNER D.J., nota 10, pp.558-560.
  46. ORTNER D.J., nota 10, pp.583-584.
  47. PIERACCINI G., nota 11, p.297
  48. . AUFDERHEIDE A.C., RODRIGUEZ-MARTIN C., nota 18, pp.400-405; HILLSON S., nota 18, pp.260-286.
  49. PIERACCINI G., nota 11, p.298.
  50. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., nota 5.
  51. PIERACCINI G., nota 11, pp.312-320.
  52. ORTNER D.J., nota 10, pp.466-468.
  53. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., nota 5.
  54. PIERACCINI G., nota 11, pp.420-431.
  55. AUFDERHEIDE A.C., RODRIGUEZ-MARTIN C., nota 18, p.60.
  56. ORTNER D.J., nota 10, pp.227-235.
  57. PIERACCINI G., nota 11, p.422; Opere Chirurgiche, G. Cadorino, p. 174, Padova, 1658.
  58. PIERACCINI G., nota 11, p.429.
  59. PIERACCINI G., nota 11, pp.383-386.
  60. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., nota 5.
  61. ROBB J.E., nota 6.
  62. PIERACCINI G., nota 11, p.381.
  63. BOYLSTON A., HOLST M., COUGHLAN J., The Human Remains, FIORATO V., BOYLSTON A., HOLST M. (eds.), Blood Red Roses: the Archaeology of a Mass Grave from the Battle of Towton AD 1461, Oxford, Oxbow Books, 2000, pp.45-59; STIRLAND A.J., A Possible Correlation Between Os Acromiale and Occupation in the Burials from the Mary Rose, Proceedings of the 5th European Meeting of the Paleopathology Association, Siena (Italy), 1984, 327-334.
  64. ORTNER D.J., nota 10, pp.351-353.
  65. KROGMAN W.M., ISCAN M.Y., nota 5.
  66. PIERACCINI G., nota 11, pp.258-261.
  67. ORTNER D.J., nota 10, p.460.
  68. ORTNER D.J., nota 10, pp.393-398.
  69. PIERACCINI G., nota 11, pp.260-261.
  70. PIERACCINI G., nota 11, p.260.
  71. Desidero ringraziare la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale Fiorentino e il Museo delle Cappelle Medicee per le immagini artistiche e per la collaborazione nel corso delle esplorazioni.

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